Giorno 29 (Del Ritorno in Scena. Crociate, sevizie e salamecchi)

30 giugno 2006, 01:35

“E così sei malata...”
Apro gli occhi. A pochi millimetri, un paio di pupille dilatate nelle quali vedo scorrere abominevoli scene in rosa carne. Lungo la mia gamba destra scorre una zampetta di lana.
Lancio il mio primo strillo mattutino.
Catapulto Mister Wiggles* lontano dal letto. L’orsetto tedioso rimbalza sul tappeto, prima di andare a sbattere contro il muro, lasciandosi una forte scia di crack dietro.
Accorre Romilda*, la cuoca felliniana di bordo, con ancora in mano il capo di un lenzuolo, seguita da
Guenda*, che regge l’altro.
“Via! Via! Dategli un calcio e buttatelo a mare! Schiacciategli il cranio! Staccategli una zampa! L’ha fatto di nuovo! Di nuovo!
Romilda prende Mister Wiggles per un orecchio, ormai completamente scucito, apre la finestra e lo lancia fuori dalla cabina.
Dal ponte arriva un ”..oiaputtanalardosadimmerda”.
Romilda posa garbata il suo lenzuolo, apre la porta, raggiunge l’orsetto e gli dà  un forte calcio nello stomaco, lasciandolo tramortito a terra. Poi torna in cabina, riprende il lenzuolo, esce di nuovo, ci avvolge Mister Wiggles dentro ed inizia a sbatterlo ripetutamente contro la balaustra, come fa quando deve asciugare l’insalata.
Tigeide* osserva contrariata la scena.
Nel frattempo io mi sono rifugiata dentro le coperte, letteralmente dentro, rannicchiata su me stessa, bababababaaaaaa, battendomi le mani sulle orecchie.
Ritorna la quiete.
Qualcuno solleva bruscamente le coltri di lana, piagnucolo un gemito di freddo, e mi nascondo ancora pià in fondo al letto..
Un termometro mi viene ripetutamente infilzato nei fianchi per costringermi ad uscire.
Sfinita da un risveglio angosciante, mi rimetto stesa, e mi ritrovo sotto lo sguardo di Guenda, che tiene in mano il termometro.
“Avanti”, porgendomelo.
Romilde mi piazza i cuscini dietro la schiena, mi sistema la cuffietta e stende bene le coperte.
Strappo il termometro dalla mano inerte di Guenda, che mi osserva come guarderebbe un polipo agonizzante al mercato del pesce.
Infilo il termometro in bocca, incrocio le braccia, e aspettiamo tutte e tre immobili il responso.
A interrompere per prima il silenzio è Guenda.
“Io non capisco perchè non chiude quella dannata porta.”
“Io non capifco pefchè tu non chiufi quella fua dannata boccaffia.”
Levo il termometro di bocca, ho la febbre altissima.
“Oooooooooppovera mee…è veramente la fine, amiche mie. La mia tisi ormai non mi lascia che qualche giorno di vita.”
“Eeh, capolinea madama, capolinea”, Romilda, poi voltandosi verso Guenda “Tu muoviti, scendi dal dottore, digli che la linea blu si è abbassata sotto il numero trentasette e chiedigli se ce la dobbiamo dare lo stesso quella robaccia verde. Uscendo porta fuori questi asciugamani, passa a prua e prendine altri, e non metterci un anno, su, su!” agitando il braccio verso la porta.
“Romilde, ti ho voluto molto bene.”
“OOh certo madama, come quando mi buttava i tacchini a mare che ci avevo fatto le notti a cuocerli.”
“Quella volta è stato Harry*, non sono stata io”
“Come no, l’ammiraglio che si venderebbe l’anima per il tacchino stufato. Bugiarda e sfacciata.”
“E non mi agitare quel dito così hai capito?”, senza riuscire a togliere lo sguardo da quelle sue pantagrueliche tettone.
“La porta la deve chiudere, se non vuole restare incinta di quel coso, capito? Non è buona a stare dietro ad un ragazzetto, ne va in cerca di altri per caso?”
“Ah, già , dov’è Leo Karl*? Fammelo venire in cabina, devo parlarci.”
“Suo figlio ha detto di non disturbarlo, è con certi amici nella sua cabina, con certe carte, non lo so.”
“Beeeh, io sono pur sempre sua madre, no? E quando la madre chiama, non si risponde. Se non lo fai tu, lo chiamerò io.
Per tutta la corvetta riecheggia un LEOOOKAAAAAAARL stridulo che finisce soffocato in un pietoso rantolo di tosse. (“Leokaaaaaargghhhf.f.f”). Infilo i capelli nella cuffietta. Dopo un buon quarto d’ora, con un orribile completo giallo con i bordi blu e i bottoni di ottone, fa il suo regale ingresso il mio abominevole primo ed ultimogenito.
“Madre.”
“Cos’è quell’oscenità  che hai addosso, figliolo?”
“E’ il vostro regalo dal vostro ultimo viaggio di nozze con il templare panamense.”
Silenzio circostanziale.
“Questa non è tua. L’hai fregata a Altman.”
“Fermo restando che il regalo è vostro.”
Durante il secondo silenzio circostanziale mi si gela il sangue nelle vene, che mi fa rizzare sul letto come una locusta.
“Che accade, madre, non vi piace Altman?”
“No figliolo, è che per un attimo mi era parso di sentire come fosse vicino al mio orecchio qualcosa di simile a colpo assestato alla Macdonald e tra il primo tempo e il secondo, ma quell’esecrabile scarto di tosatura è sigillato fuori di qui, vedi Leo, la vedi la porta sprangata, tu, tu non sai che mi ha fatto oggi, ci ha provato di nuovo, figliolo, tu non sai, così ora lo sento mormorare le sue oscenità  anche quando sono al sicuro dal suo puzzo mefitico, sono ormai completamente perduta, dirò al Dottore* di aumentare il dosaggio di ansiolitici perché perché perché, mmm”
“Calmatevi madre, il piccolo Wiggy non può nuocervi, siete al sicuro qui.”
“Il piccolo Wiggy, Leo Karl? Il piccolo Wiggy?”
“Suvvia, è pur sempre il mio compagno di giochi, non pretenderete che, beh, suvvia, siete voi d’altronde che me lo insegnate, quel che non uccide…
Con aria di sufficienza, mio figlio antepone il suo pusher a sua madre. L’apocalisse vendicherà  questi soprusi, penso mentre raccolgo l’aria nel torace e punto il mio indice ossuto e streghesco contro di lui.
“Dov’eri, fetido sputo di placenta? Eh? Dov’eri tu quando quel mostro mi perseguitava?”
“Nel mio studio madre, ad organizzare certe carte con certi amici.”
“Carte! Amici! Nessuno sale sulla mia nave senza che io abbia acconsentito!”
“Disporrò la loro discesa dalla nave non appena toccheremo terra madre, ma per quanto sacrosanta sia la vostra rivendicazione, vi garantisco che non si stava facendo altro che pianificare l’approvvigionamento di armamenti per la Crociata prossima ventura e lo sterminio degli Albigesi, non facevamo assolutamente nulla di inopportuno. Inoltre il piccolo Hohenstaufen vi ha portato in omaggio una squisitamente minuta tela fiamminga opera del primo Van Der Meulen da parte della baronessa sua madre.”
Squisitamente minuta, parli come tuo padre*, e mi siete parimenti sintatticamente odiosi. Sparisci, o tragica sventura, e serra bene il chiavistello.”
Leo Karl si profonde in un salamecco boriosamente saudita e si congeda, forte della sua orribile tenuta.
Rimetto i capelli nella cuffietta da notte controllandomi nervosamente nello specchietto. Non si può mai stare tranquilli. Tant’è. La mia tisi mi obbliga al sonno, e sto per accomiatarmi dal mondo quando il cono di luce dell’oblò si oscura.
“Piccola troia infame adesso l’orsetto Wiggy ti fa un po’ di compagnia, my sweety sweety sweety oh oh oooh!”.
L’accetta che lancio da sotto al cuscino gli trancia una zampa di netto.