Giorno 27 - L 'Avvento

11 novembre 2005, 06:42

Il travaglio inizia alle tre e un quarto di un mattino che ha la faccia di chi non caca da un mese, come dice l’ammiraglio quando caccia fuori la testa dalla cabina per guardare il cielo.
La nascita di mio figlio inizia sotto una buona stella.
Intorno al letto dove vedrà  la luce il frutto di tutto il mio disprezzo ci sono il dottor Zivago, Tigeide, che appende bamboline infilzate in tutti gli angoli della stanza e sparge unguenti dalla puzza mefitica (“Questo aiuterà  a far nascere il suo bimbo di cattivo umore”), e Romilde, già  cuoca, ma che da sempre si occupa dei parti delle mucche maritate ai marinai della nave. Romilde istruisce un nugolo di sguattere che riscaldano l’acqua e i panni.
Alle tre e mezza inizio ad innervosirmi, e le cose iniziano a complicarsi.
Afferro per una manica il Dottore, e lo guardo dritto dritto negli occhi.
Fa uscire Romilde con la scusa che mancano stracci, e che lei e le femmine devono trovarne altri, poi fa un cenno a Tigeide che porta una ciotola con una la mia pastella morbida.
“Haaaaaaa”. Trangugio l’oppio e strizzo l’occhio al Dottore, che mi risponde con un grugnito. Ma non si lamenta oltre, sa che l’alternativa era qualcosa di simile all’impiccagione.
Mi ridistendo sul letto e chiudo gli occhi.
Il nero si accende. Vedo il mio utero diventare una enoooooormebooocccaroooooossssa che si allarga sempre di pià, ora si allarga all’indietro e inghiotte anche me.
Riapro gli occhi, completamente sudata. Sono le cinque e mezza.
Ricomincio a sentire i dolori al ventre.
Tigeide mi tiene uno straccio in fronte, poi vedo Zivago che mi osserva. Mi prende un braccio, ha la faccia arancioneverde, una voce terrificante. Afferro “Judith…preoccupare…raddrizzare..devo usare il forcipe”.
Il Forcipe.
Quando vedo il forcipe ho la prima crisi, tanto pià che il cappio si trasforma in una serpe con occhi iniettati di sangue che sibila oscenità  a proposito del mio utero.
Mi stordisco con le mie stesse urla.


Poi non ricordo pià nulla di obiettivamente accadibile.


Tigeide vola intorno al letto con due ali squamate, Il dottor Zivago tra le mie gambe HOHOHOOOOOOOOLATEEESTAAAAAAAAA, si strofina le mani con denti affilati, i supporter del Partizan Belgrado mi strillano SPINGI JUDITH SPINGI, le tette di Romilde si gonfiano fino a incastrarmi e a soffocarmi, una testa a forma di mandorla che si fa strada assetata del mio sangue, Tigeide depone un uovo, la testa inizia a declamare Carmelo Bene, trombe, angeli, apocalissi, alfa, omega, e poi sono le sette, ed io definitivamente muoio.


Alle dieci e mezza la prima cosa che vedo quando apro gli occhi è la grandine che batte contro l’oblò.
Ho il volto arso di lacrime. Perfino le orecchie, sono ancora bagnate per l’incubo.
Mi alzo a sedere, e caccio un urlo lancinante.
“Stia già!” Questa è Tigeide, che urla da dietro una porta(?). “Stia già, dannata, deve stare stesa.”
“Si? E per quanto?”
“Tre giorni e tre notti”
“Si? E perchè?”
“Per via degli spiriti malvagi, che potrebbero impossessarsi del suo corpo impuro. Io non entrerò per tre giorni e tre notti nella sua stanza. Dovrà  stare attenta e guardarsi dagli spiriti da sola.”
“Bene. Sto ancora sognando. Ora richiudo gli occhi e poi mi sveglierò”.
“No madre, siete sveglia come lo sono io.”
Spalanco gli occhi. Li tengo spalancati fissi sulla trave del soffitto giusto di fronte a me per una decina di secondi. Lentamente, senza muovere la testa, inizio a ruotare le pupille verso il bordo del letto, da dove qualcuno ha parlato. Lentissimamente inizio a tirarmi la coperta fin sotto il naso. E’ allora che lo vedo.
Un essere alto pià o meno mezzo metro, otto decimi del cui sono occupati da una enorme testa a forma di mandorla. E’ semidisteso sulla poltrona e mi osserva con due occhi da strafatto a speed.
“Buongiorno, madre, ben svegliata”.
Lentamente mi alzo a sedere senza scoprirmi dalla coperta.
“E’ piuttosto sgarbato da parte vostra osservarmi schifata a quel modo. Sono appena venuto al mondo, e non ho ancora ricevuto un cenno di saluto.”
Sbatto significativamente le palpebre.
Ci osserviamo per una buona mezz’ora.
Poi svengo per l’ultima volta prima che inzi il giorno.