Giorno 29 (Del Ritorno in Scena. Crociate, sevizie e salamecchi)

30. giugno 2006, 01:35

“E così sei malata...”
Apro gli occhi. A pochi millimetri, un paio di pupille dilatate nelle quali vedo scorrere abominevoli scene in rosa carne. Lungo la mia gamba destra scorre una zampetta di lana.
Lancio il mio primo strillo mattutino.
Catapulto Mister Wiggles* lontano dal letto. L’orsetto tedioso rimbalza sul tappeto, prima di andare a sbattere contro il muro, lasciandosi una forte scia di crack dietro.
Accorre Romilda*, la cuoca felliniana di bordo, con ancora in mano il capo di un lenzuolo, seguita da
Guenda*, che regge l’altro.
“Via! Via! Dategli un calcio e buttatelo a mare! Schiacciategli il cranio! Staccategli una zampa! L’ha fatto di nuovo! Di nuovo!
Romilda prende Mister Wiggles per un orecchio, ormai completamente scucito, apre la finestra e lo lancia fuori dalla cabina.
Dal ponte arriva un ”..oiaputtanalardosadimmerda”.
Romilda posa garbata il suo lenzuolo, apre la porta, raggiunge l’orsetto e gli dà  un forte calcio nello stomaco, lasciandolo tramortito a terra. Poi torna in cabina, riprende il lenzuolo, esce di nuovo, ci avvolge Mister Wiggles dentro ed inizia a sbatterlo ripetutamente contro la balaustra, come fa quando deve asciugare l’insalata.
Tigeide* osserva contrariata la scena.
Nel frattempo io mi sono rifugiata dentro le coperte, letteralmente dentro, rannicchiata su me stessa, bababababaaaaaa, battendomi le mani sulle orecchie.
Ritorna la quiete.
Qualcuno solleva bruscamente le coltri di lana, piagnucolo un gemito di freddo, e mi nascondo ancora pià in fondo al letto..
Un termometro mi viene ripetutamente infilzato nei fianchi per costringermi ad uscire.
Sfinita da un risveglio angosciante, mi rimetto stesa, e mi ritrovo sotto lo sguardo di Guenda, che tiene in mano il termometro.
“Avanti”, porgendomelo.
Romilde mi piazza i cuscini dietro la schiena, mi sistema la cuffietta e stende bene le coperte.
Strappo il termometro dalla mano inerte di Guenda, che mi osserva come guarderebbe un polipo agonizzante al mercato del pesce.
Infilo il termometro in bocca, incrocio le braccia, e aspettiamo tutte e tre immobili il responso.
A interrompere per prima il silenzio è Guenda.
“Io non capisco perchè non chiude quella dannata porta.”
“Io non capifco pefchè tu non chiufi quella fua dannata boccaffia.”
Levo il termometro di bocca, ho la febbre altissima.
“Oooooooooppovera mee…è veramente la fine, amiche mie. La mia tisi ormai non mi lascia che qualche giorno di vita.”
“Eeh, capolinea madama, capolinea”, Romilda, poi voltandosi verso Guenda “Tu muoviti, scendi dal dottore, digli che la linea blu si è abbassata sotto il numero trentasette e chiedigli se ce la dobbiamo dare lo stesso quella robaccia verde. Uscendo porta fuori questi asciugamani, passa a prua e prendine altri, e non metterci un anno, su, su!” agitando il braccio verso la porta.
“Romilde, ti ho voluto molto bene.”
“OOh certo madama, come quando mi buttava i tacchini a mare che ci avevo fatto le notti a cuocerli.”
“Quella volta è stato Harry*, non sono stata io”
“Come no, l’ammiraglio che si venderebbe l’anima per il tacchino stufato. Bugiarda e sfacciata.”
“E non mi agitare quel dito così hai capito?”, senza riuscire a togliere lo sguardo da quelle sue pantagrueliche tettone.
“La porta la deve chiudere, se non vuole restare incinta di quel coso, capito? Non è buona a stare dietro ad un ragazzetto, ne va in cerca di altri per caso?”
“Ah, già , dov’è Leo Karl*? Fammelo venire in cabina, devo parlarci.”
“Suo figlio ha detto di non disturbarlo, è con certi amici nella sua cabina, con certe carte, non lo so.”
“Beeeh, io sono pur sempre sua madre, no? E quando la madre chiama, non si risponde. Se non lo fai tu, lo chiamerò io.
Per tutta la corvetta riecheggia un LEOOOKAAAAAAARL stridulo che finisce soffocato in un pietoso rantolo di tosse. (“Leokaaaaaargghhhf.f.f”). Infilo i capelli nella cuffietta. Dopo un buon quarto d’ora, con un orribile completo giallo con i bordi blu e i bottoni di ottone, fa il suo regale ingresso il mio abominevole primo ed ultimogenito.
“Madre.”
“Cos’è quell’oscenità  che hai addosso, figliolo?”
“E’ il vostro regalo dal vostro ultimo viaggio di nozze con il templare panamense.”
Silenzio circostanziale.
“Questa non è tua. L’hai fregata a Altman.”
“Fermo restando che il regalo è vostro.”
Durante il secondo silenzio circostanziale mi si gela il sangue nelle vene, che mi fa rizzare sul letto come una locusta.
“Che accade, madre, non vi piace Altman?”
“No figliolo, è che per un attimo mi era parso di sentire come fosse vicino al mio orecchio qualcosa di simile a colpo assestato alla Macdonald e tra il primo tempo e il secondo, ma quell’esecrabile scarto di tosatura è sigillato fuori di qui, vedi Leo, la vedi la porta sprangata, tu, tu non sai che mi ha fatto oggi, ci ha provato di nuovo, figliolo, tu non sai, così ora lo sento mormorare le sue oscenità  anche quando sono al sicuro dal suo puzzo mefitico, sono ormai completamente perduta, dirò al Dottore* di aumentare il dosaggio di ansiolitici perché perché perché, mmm”
“Calmatevi madre, il piccolo Wiggy non può nuocervi, siete al sicuro qui.”
“Il piccolo Wiggy, Leo Karl? Il piccolo Wiggy?”
“Suvvia, è pur sempre il mio compagno di giochi, non pretenderete che, beh, suvvia, siete voi d’altronde che me lo insegnate, quel che non uccide…
Con aria di sufficienza, mio figlio antepone il suo pusher a sua madre. L’apocalisse vendicherà  questi soprusi, penso mentre raccolgo l’aria nel torace e punto il mio indice ossuto e streghesco contro di lui.
“Dov’eri, fetido sputo di placenta? Eh? Dov’eri tu quando quel mostro mi perseguitava?”
“Nel mio studio madre, ad organizzare certe carte con certi amici.”
“Carte! Amici! Nessuno sale sulla mia nave senza che io abbia acconsentito!”
“Disporrò la loro discesa dalla nave non appena toccheremo terra madre, ma per quanto sacrosanta sia la vostra rivendicazione, vi garantisco che non si stava facendo altro che pianificare l’approvvigionamento di armamenti per la Crociata prossima ventura e lo sterminio degli Albigesi, non facevamo assolutamente nulla di inopportuno. Inoltre il piccolo Hohenstaufen vi ha portato in omaggio una squisitamente minuta tela fiamminga opera del primo Van Der Meulen da parte della baronessa sua madre.”
Squisitamente minuta, parli come tuo padre*, e mi siete parimenti sintatticamente odiosi. Sparisci, o tragica sventura, e serra bene il chiavistello.”
Leo Karl si profonde in un salamecco boriosamente saudita e si congeda, forte della sua orribile tenuta.
Rimetto i capelli nella cuffietta da notte controllandomi nervosamente nello specchietto. Non si può mai stare tranquilli. Tant’è. La mia tisi mi obbliga al sonno, e sto per accomiatarmi dal mondo quando il cono di luce dell’oblò si oscura.
“Piccola troia infame adesso l’orsetto Wiggy ti fa un po’ di compagnia, my sweety sweety sweety oh oh oooh!”.
L’accetta che lancio da sotto al cuscino gli trancia una zampa di netto.


Giorno 28 - (A colloquio con il piccolo Leo Karl: gli Albigesi e la crociata contro i Domenicani)

22. novembre 2005, 02:19

Un caleidoscopico parto con forcipe porta alla luce Leonhardt Karl Navarro Merari y Minyar al-Qaddafi, primogenito della nostra eroina ed erede illegittimo al trono di Libia. Leo Karl nasce innervosito aldilà  delle pià ottimistiche previsioni, ed iniza dal plagio di chiunque gli capiti a tiro la realizzazione del piano di vendetta ai danni del padre per cui è stato messo al mondo. Lo affianca nella sua ascesa sociale Mr. Wiggles, ambiguo pupazzo suo primo compagno di giochi.

“Io sono ebrea, tuo padre musulmano, è giunta l’ora che tu decida da che parte stare”.
Leo Karl mi osserva con lo sguardo sospettoso con cui si scruta un funzionario bancario che ti propone un mutuo al sette e venticinque per cento di tasso d’interesse.
E’ nato da pochi giorni, mi tedia come un trentenne in crisi e mi mette a disagio come un ottantenne.
Siediamo nella mia cabina a fumare due havana che si è fatto importare con una partita di cocaina per Mr Wiggles, il suo pupazzo. Leo Karl tira una boccata profonda e sentenzia:
“Battezzatemi cataro, madre”
“Cataro? Come diamine faccio a battezzarti cataro? Sbattezzare, semmai.”
“Spompinare, magari!”, Mr Wiggles, dall’angolo della cabina, da dove sta tirando le sue righe quotidiane. Finisce di aspirare, ridacchia, balza già dallo sgabello e viene a sedersi a fianco di Leo Karl.
“Sai Leo Karl, è una fortuna che tu sia sceso tra noi. Con tua madre stava diventando una tale noia. Ora potremo finalmente sperimentare del buon ménage à  trois
Spengo il sigaro sul braccio di Wiggles, che nonostante parli e sia un tossicodipendente, è pur sempre fatto di lana. L’orsetto guaisce una bestemmia e si va a rifugiare tra le braccia di Leo Karl.
“La prossima volta ti sventro di tutta la lana che hai in corpo, scarto di capra” sibilo. Poi a Leo Karl:
“Tu piuttosto, non mi hai ancora comunicato a quale parte di inferno vuoi assicurare la tua anima. E leva i piedi di lì.”
Leo Karl si riassetta sulla poltrona.
“E’ una questione complessa, madre, avrò da approfondire i miei studi di teologia prima di decidere. Certo non voglio far parte di una religione che annoveri tra i suoi membri gente mediocre come voi e inetta come mio padre. Ma i Catari mi paiono la scelta migliore. Bisogna riprendere in mano il lavoro lasciato ai posteri dal perfetto Guglielmo Belibasta, non trovate?”
“Trovo che un eretico era proprio quello che mancava a questa nave. Ora siamo veramente apposto.”
“C’è anche da riformare un intero apparato teoretico rimasto arenato al 1300. Dovrete finanziarmi un viaggio nel Vecchio Continente sulle tracce degli Albigesi, passando però per Kinshasa”
“Cosa devi andare a fare in Congo?”
“Scorta di armi per la punizione dei porci domenicani, madre, responsabili del nostro sterminio.”
“Darai un grosso dispiacere a tua nonna”
“Per via dei domenicani?”
“No, per via degli Albigesi. Si avvicina il giorno del tuo pidyon ha-ben, e tua nonna si sta occupando personalmente del seudat mitzvah. Cosa le dirò adesso?”
“Madre, come diavolo parlate?”
“Non ridicolizzare le nostre sacre cerimonie, piccolo sputo, hai capito? O il prossimo sigaro te lo spengo in un occhio. Adesso raccogli quell’ammasso di acari e sparisci.”
“E’ piuttosto sconveniente da parte vostra rivolgervi a me in questo modo. Non dimenticate che io sono la conditio sine qua non della vostra vendetta contro mio padre, e – con rispetto parlando – cercherei di essere un po’ pià carina con me. Vieni Wiggles, amico mio, andiamo a trovare le cuoche.”
“Non toccate Guendalina.”
“Non ci permetteremmo mai. Buona giornata madre”.
Leo Karl prende il suo pupazzo per mano e si avvia. Mr Wiggles si volta, mi strizza l’occhio e si richiude la porta alle spalle.


Introducing: Leo Karl

15. novembre 2005, 18:20

Signori, Leonhardt Karl Navarro Merari y Minyar al-Qaddafi.





Il battesimo, con la classica rottura della bottiglia in testa, avverrà  con Veuve Cliquot ‘95, sul ponte nella nostra madre nave.


Giorno 27 - L 'Avvento

11. novembre 2005, 06:42

Il travaglio inizia alle tre e un quarto di un mattino che ha la faccia di chi non caca da un mese, come dice l’ammiraglio quando caccia fuori la testa dalla cabina per guardare il cielo.
La nascita di mio figlio inizia sotto una buona stella.
Intorno al letto dove vedrà  la luce il frutto di tutto il mio disprezzo ci sono il dottor Zivago, Tigeide, che appende bamboline infilzate in tutti gli angoli della stanza e sparge unguenti dalla puzza mefitica (“Questo aiuterà  a far nascere il suo bimbo di cattivo umore”), e Romilde, già  cuoca, ma che da sempre si occupa dei parti delle mucche maritate ai marinai della nave. Romilde istruisce un nugolo di sguattere che riscaldano l’acqua e i panni.
Alle tre e mezza inizio ad innervosirmi, e le cose iniziano a complicarsi.
Afferro per una manica il Dottore, e lo guardo dritto dritto negli occhi.
Fa uscire Romilde con la scusa che mancano stracci, e che lei e le femmine devono trovarne altri, poi fa un cenno a Tigeide che porta una ciotola con una la mia pastella morbida.
“Haaaaaaa”. Trangugio l’oppio e strizzo l’occhio al Dottore, che mi risponde con un grugnito. Ma non si lamenta oltre, sa che l’alternativa era qualcosa di simile all’impiccagione.
Mi ridistendo sul letto e chiudo gli occhi.
Il nero si accende. Vedo il mio utero diventare una enoooooormebooocccaroooooossssa che si allarga sempre di pià, ora si allarga all’indietro e inghiotte anche me.
Riapro gli occhi, completamente sudata. Sono le cinque e mezza.
Ricomincio a sentire i dolori al ventre.
Tigeide mi tiene uno straccio in fronte, poi vedo Zivago che mi osserva. Mi prende un braccio, ha la faccia arancioneverde, una voce terrificante. Afferro “Judith…preoccupare…raddrizzare..devo usare il forcipe”.
Il Forcipe.
Quando vedo il forcipe ho la prima crisi, tanto pià che il cappio si trasforma in una serpe con occhi iniettati di sangue che sibila oscenità  a proposito del mio utero.
Mi stordisco con le mie stesse urla.


Poi non ricordo pià nulla di obiettivamente accadibile.


Tigeide vola intorno al letto con due ali squamate, Il dottor Zivago tra le mie gambe HOHOHOOOOOOOOLATEEESTAAAAAAAAA, si strofina le mani con denti affilati, i supporter del Partizan Belgrado mi strillano SPINGI JUDITH SPINGI, le tette di Romilde si gonfiano fino a incastrarmi e a soffocarmi, una testa a forma di mandorla che si fa strada assetata del mio sangue, Tigeide depone un uovo, la testa inizia a declamare Carmelo Bene, trombe, angeli, apocalissi, alfa, omega, e poi sono le sette, ed io definitivamente muoio.


Alle dieci e mezza la prima cosa che vedo quando apro gli occhi è la grandine che batte contro l’oblò.
Ho il volto arso di lacrime. Perfino le orecchie, sono ancora bagnate per l’incubo.
Mi alzo a sedere, e caccio un urlo lancinante.
“Stia già!” Questa è Tigeide, che urla da dietro una porta(?). “Stia già, dannata, deve stare stesa.”
“Si? E per quanto?”
“Tre giorni e tre notti”
“Si? E perchè?”
“Per via degli spiriti malvagi, che potrebbero impossessarsi del suo corpo impuro. Io non entrerò per tre giorni e tre notti nella sua stanza. Dovrà  stare attenta e guardarsi dagli spiriti da sola.”
“Bene. Sto ancora sognando. Ora richiudo gli occhi e poi mi sveglierò”.
“No madre, siete sveglia come lo sono io.”
Spalanco gli occhi. Li tengo spalancati fissi sulla trave del soffitto giusto di fronte a me per una decina di secondi. Lentamente, senza muovere la testa, inizio a ruotare le pupille verso il bordo del letto, da dove qualcuno ha parlato. Lentissimamente inizio a tirarmi la coperta fin sotto il naso. E’ allora che lo vedo.
Un essere alto pià o meno mezzo metro, otto decimi del cui sono occupati da una enorme testa a forma di mandorla. E’ semidisteso sulla poltrona e mi osserva con due occhi da strafatto a speed.
“Buongiorno, madre, ben svegliata”.
Lentamente mi alzo a sedere senza scoprirmi dalla coperta.
“E’ piuttosto sgarbato da parte vostra osservarmi schifata a quel modo. Sono appena venuto al mondo, e non ho ancora ricevuto un cenno di saluto.”
Sbatto significativamente le palpebre.
Ci osserviamo per una buona mezz’ora.
Poi svengo per l’ultima volta prima che inzi il giorno.


Giorno 26. (Della maternità  vendicativa nella misura in cui il disegno, lo voglia Iddio, si compie.)

1. ottobre 2005, 05:47

Mentre già  pregusta le gioie da futura first lady della Rivoluzione al fianco del suo eroe nonché promesso sposo Mu’ammar, la nostra povera Judith riceve una drammatica lettera in cui il Leader libico le comunica la rottura del loro fidanzamento, a causa delle voci sparse a Tripoli sulla presunta inattidudine della giovine ebrea a procreare nuova genie per la causa Socialista…
Colpita nel ferreo orgoglio d’ebrea figlia d’Abramo nonché di fanciulla nel fiore dell’età , Judith cupe trame inizia ad ordire, e di vendetta cupo progetto prende le mosse…


-Sai Ti, suppongo che dovremmo rinnovare il guardaroba. Sai, per via della pancia...
Tigeide prepara il mio letto per la notte, riflessa nello specchio davanti al quale sto di profilo, ora da un lato, ora dall’altro.
-Eh, Ti? Non credi che con la pancia mi doni un abito stile impero?
-Madama, ripeto che sarebbe ora voi scriveste alla vostra famiglia.
-Hu. In effetti, cara Ti, in effetti. Sei una buona serva. Mi ricordi le cose importanti. Come saranno contenti della buona novella.
Mi siedo allo scrittoio, afferro la penna stilografica dono del mio ottavo marito buonanima nonchè ultimo sudamericano con cui ho avuto a che fare e inizio.


Famiglia cara.
Sono incinta.
Vogliate


mmm


Famiglia lontana.
Sono incinta.
Iddio misericordioso ha scelto per il destino della nostra stirpe dei figli di Abramo


Famiglia lontana.
Iddio glorioso dona ai figli di Abramo un nuovo erede, che nella fattispecie produrrò io in quanto incinta.


Sai Ti forse così non è adatta. Scriverò con Gioia e Commozione…


Famiglia sperduta nella Santa Terra


Elisheva, cugina amatissima.
Chiedo a te, sempre nel mio cuore, di annunciare alla nostra benedetta famiglia la lieta notizia anche se sappiamo bene che tu non sei proprio intinta nell’umor sacro e in particolare quella storia di Yehochoua non potrò mai dimenticarla anzi ora che mi ci fai pensare mi adiro moltissimo, Yehochoua! Il mio Yehochua!, scalzacane, ora che mi ci hai fatto pensare sei una sgualdrina che tu sia polvere nella polvere


Rabi, fratello.
Forse è meglio che lasci perdere sia la Famiglia sia la Cugina Elisheva e parli con te.
Rabi sta per venire al mondo, è qui nella mia pancia, ma non temere Rabi, io l’amerò, lo desiderai intensamente, e poi è giunto, dono del Messia, oh gioia Rabi!


Rivka.
La situazione è spiacevole.
Metterò al mondo un figlio, frutto della Vendetta. Crescerà  nell’odio e nel disprezzo per la Genie tutta, ed in particolare per il padre, di cui sarà  futura rovina. I figli fanno tutto per le loro madri. Anche le madri fanno tutto per i loro figli, guarda cosa ho fatto io per lui, che lo metto al mondo.
In cambio di questo disgustoso sforzo che sto facendo gli chiederò solo di scalzare il padre, che Allah possa avvelenargli il pasto, quel padre che mi ha causato tutto questo dispiacere. questo spiacevole dispiacere Rivka. Non mi sembra di chiedergli molto.
Io lo amavo perdutamente!
Lui mi ingiuriò, funziona così, cioè, ha funzionato così, che lui mi ingiuriò capisci Rivka, cugina? E i figli di Abramo non posso tollerare un simile affronto dai pagani di Libia, nossignore, è una questione etica.
Ecco, io devo vendicare la stirpe di Abramo per il torto subito.
Ecco cosa.
Ho Abramo dalla mia parte.
In pianti eterni mi sciolsi, piansi per giorni, per mesi, per anni Rivka, certo che si, per anni, sicché la mia misericordiosa Tigeide, che il-suo-dio l’abbia in affetto eterno, la mia Ti mandò un piccione viaggiatore a Corte, e Mu’ammar giunse da me, la Sposa Ripudiata. Grande affetto mi mostrò, ma il mio piano era ormai già  avviato (La stirpe di Abramo, cugina, la Stirpe di Abramo.), e poiché con profumi ed olii di Persia avevo cosparso le mie membra e con pregiate acqueviti d’Anadalusia empito calici, e porcherie stregoniche avevo fatto praticare a Tigeide, e poichè sono una donna piacente, accadde che Mu’ammar fu preso da estasi e giacemmo.
Mu’ammar lasciò la mia nave ignaro del Seme che aveva già  fertilmente preso germoglio.
Rivka cugina, sii cara da trasmettere (in forma preferibilmente giocosa) la lieta nuova, possibilmente omettendo l’intera storia e narrando di ipotetico matrimonio che ho concluso con il prode ammiraglio della Corvetta nonché mia conseguente pregnitudine.
Così saremo tutti molto felici.
Affido a te


Rivka.
L’Apocalisse è prossima.
La Nuova Era alle porte.
Il Disegno si compie.
Vendetta è compiuta.

Judith.


Giorno 25 - della maternità  vendicativa

30. luglio 2005, 20:01

Riassunto delle puntate precedenti: mentre già  pregusta le gioie da futura first lady della Rivoluzione al fianco del suo eroe nonché promesso sposo Mu’ammar, la nostra povera Judith riceve una drammatica lettera in cui il Leader libico le comunica la rottura del loro fidanzamento, a causa delle voci sparse a Tripoli sulla presunta inattidudine della giovine ebrea a procreare nuova genie per la causa Socialista…


Le urla risuonano per tutta la Corvetta, corrono per le balaustre, si infilano furiose nei corridoi, rimbombano le cabine, i marinai si destano dal torpore del primo pomeriggio, le loro donne strabuzzano gli occhi ed i loro figli interrompono i giochi, il mare si ingrossa, il vento ulula, la furia degli elementi improvvisamente si abbatte sulla nave nel Giorno della Tragedia.
Tigeide piomba nella mia cabina.
-SIIIIIiiiiggnnnnoooOOOOORAAAAAAAAaaaaaa
La vedo agitarsi millemiglia lontano da me, che corro per la cabina con la vestaglia e i capelli impazziti, rovescio vasi, mando in frantumi vetri e specchi, e anche la mia amata collezione di porcellane cinesi.
-MALEDETTOCANEMALEDETTIMALEDETTIPORCISCHIFOSIIIIIII….
MALEDETTICANIMALEDETTIIII….AAAAAAAH!PAGHERETECARAAAAAPAGHERETEEEEE…
Cado al suolo senza forze. Poi è il buio.

Tigeide sulla mia faccia che mi osserva e mi prende a sberle.
-Che DIAMINE stai facendo, STREGA MALEFICA NON MI TOCCARE…
Tigeide si rialza, si gira verso un nugolo di femmine, fa un cenno della testa e le donne escono dalla cabina.
-Bentornata madama. Beva qua, che starà  meglio.
-Che è sta schifezza…
-Uova sbattute signora, uova e liquore, vedrà  che salute...
La spingo bruscamente all’indietro, lei e la tazza con le uova sbattute.
-Adesso tu mi stai a sentire, strega maledetta…tttuuuuu non ci provare, non ci provare, cosa creedi, che io noon lo so che è tutta colpa tua?
Tigeide mi osserva.
-Ttuu malefica, è uno dei tuoi riti pagani, che il cielo ti perdoni per la tua dannazione, uno dei tuoi….dei tuoi…SABBA INFINGARDI, brutta STREGA…
Mi alzo, infilo le babbucce e inzio a girare intorno alla poltrona.
-Certo, deve essere sicuramente questo. Tu eri invidiosa di me e di Mu’ammar, io sarei diventata ancora pià ricca e famosa, e tu non saresti rimasta che la mia schiava negra, e basta, avrei donato al mio Popolo una progenie sana e forte, sissignore che l’avrei fatto, e il mio nome sarebbe stato onorato in tutto il globo, mentre tu, tu, sgualdrina, saresti rimasta la serva e basta. Allora mi hai fatto la fattura, hai fatto una bamboletta e ci hai infilzato i ferri, hai bruciato la ciocca nel pentolone bollente con la rana e il topo e il liocorno…
-Ha sbagliato favola signora, quella è la strega di biancaneve, noi ci limitamo alle danze attorno al fuoco.
-SFACCIATAMALEDETTA…
Le lancio dietro gli ultimi vasi giapponesi rimasti in camera, che lei naturalmente schiva senza troppi problemi.
La osservo terrorizzata, mi allontano, tirandomi su un asciugamano fino agli occhi…
“D-Demonio…” sussurro indietreggiando piano “Tu sei…un demonio….cosa vuoi da me! VATTENE! SPARISCI! SPRITO MALEFICO! AIUTO! AIUTATEMI! IL DEMONIO! IL DEMONIO!”
Con pochi passi Tigeide mi si avvicina e mi prende per le spalle.
-Adesso si sieda signora, la finisca, si sieda e veda di non svenire un’altra volta, ora io le metto un disco, si? Ora io le metto la musica così lei si riposa.
-Si…si…la mia musica…brava tigeide, la mia brava tigeide, come sei brava…musica…papapapa…si…dadada…ecco…si.
Sto per stendermi sulla mia poltrona quando vedo le femmine che si accalcano fuori dalla mia finestrella, curiose come galline chiatte. Mi alzo di scatto, mi fiondo alla porta che spalanco sul ponte.
Imponenti masse di femminee carni, fertili e sudate, fissano i loro occhi bovini su di me.
-Signore…vi pensavo intente ai vostri studi di chimica organica nei vapori delle cucine. Invece state qua. Vi pago forse per stare qui? Romilde? sei pagata per stare qua?
La cuoca guarda le compagne che ridacchiano, di me, sicuro, tutti ridacchiano di me, e si passa il canovaccio legato attorno alla vita in mezzo al seno prosperoso, sfatta dal calore.
-Raccogliete i vostri chiassosi ovuli e tornatevene dove vi spetta, megere, e che non vi veda mai pià qua sopra, o vi decapito con le mie stesse mani, parola mia.
Le sguattere tornano sghignazzando sotto coperta. La montagna di carne si dissolve, e lascia Guenda dietro, che per tutto il tempo ha steso i panni, indifferente come suo solito. Le segue con lo sguardo e poi osserva me, qualche istante. Poi si china nella bacinella colma di teli e riprende a stenderli.
Rientro e sprofondo affranta tra le braccia della mia fida Tigeide.
-Gliela farò vedere io, Tigeide, se non sono in grado di figliare. Gliela farò vedere, e si morderà  la lingua, e tutti sapranno e si pentiranno! Io! Figlia di Figli! Vedranno…
Tigeide mi culla piano senza proferir parola.


Giorno 24, o della Sposa Ripudiata

13. luglio 2005, 22:15

Judith, che Allah abbia pietà  di te.
Ho pensato molto a lungo sulla mia chaise longue di pelle di coccodrillo alla nostra situazione.
Sei una donna saggia e piacente e nel fiore degli anni.
Il tuo grembo avrebbe maturato figli sani e forti per la nostra gente, che avrebbero onorato il nome della Sacra Libia per tutto il mondo, che il grande Allah possa sempre poggiare il suo divino sguardo sulla nostra Terra.
Ma i medicamenti chimici che tu adoperi per il tuo Male fanno di te una donna debole, che non potrebbe garantire una nobile e forte filiazione.
Il tuo grembo è piccolo, la tua costituzione fragile. Il Male, che pure rende te una creatura nobile (Il grande Maestro Sufi à‚bà» Hamid à¢lGhazalà®, che Allah l’abbia in gloria, scrive: “La malattia è una delle forme di esperienza tramite le quali gli uomini giungono alla consapevolezza di Dio. Dio stesso, infatti, ci dice: Tutte le malattie sono i Miei assistenti che Io dispenso ai Miei amici prescelti”), ti rende poco incline al parto fecondo, soggetta a continue melanconie, e noi vogliamo una progenie robusta negli intenti, nella morale e nella tempra.
Devo interrompere qui i nostri propositi di matrimonio, tu comprenderai, è per il bene del Popolo e per la lunga vita della Rivoluzione.

Allah yisallimak Judith
Muammar Abu Minyar al-Qaddafi
Guida della Grande Rivoluzione del Primo Settembre del Popolo Socialista dello Stato Arabo Libico

Rimango con la lettera aperta in grembo per un buon tre minuti.


Giorno 23 – di Mu’ammar e di come Tigeide meriti di morire

16. aprile 2005, 19:04

Diluvia. Uno di quei bei diluvi universali che scrosciano come nocciole sul ponte di legno. Noi intanto versiamo nell’indigenza. La rovina ci rosicchia piano per gustarci meglio. Tigeide inizia a guardare con disapprovazione le barcaiole cariche di vestiti e chincaglierie che mi faccio mandare dalla costa. E io non voglio che Tigeide guardi male, perché queste sono malate, sono streghe, poi mi fanno la fattura, si sa, gli africani son gente strana.
Guardo fuori dalla vetrata della mia cabina e per la prima volta sono preoccupata seriamente sulla nostra sorte.
Cambio il mio nuovo vinile con uno vecchio di Paolo Conte.
Si, vieni via con me. E dove?
Non so nemeno dove siamo, in quale parte di quale oceano. Vaghiamo. Andare dove? Che potrei fare io fuori? Farmi divorare. Non potrei sopravvivere, via da questo bizzarro ecosistema.
Resto qua ed aspetto.
“Oh, Mu’ammar”...piagnucolo reggendo in mano il ritratto del mio eroe “se ci fossi tu qui, le cose andrebbero meglio. Risorgeremmo al nostro glorioso passato, e io non dovrei mangiare tacchino il lunedì. ” Alla reggenza invece c’è un ammiraglio pigro e svogliato, senza un minimo di cura del suo equipaggio né degli altri viaggiatori. Sir francis ci ha lasciati per una risalita in solitaria del teutonico Reno, e il commesso viaggiatore è ora in patria per rendere degni omaggi al nuovo Sovrano. Così mi devo far forza e tenere le redini di questo barcone decrepito e degli sventurati che ci stanno sopra.
“Profeta Muhammar, mio impavido colonnello, tu si metteresti in riga quello scialacquatore, che trascorre le sere con le femmine con le calze a righe.”
“Con chi parla signora?” Tigeide si materializza in cabina, sobbalzo.
“Adesso anche il teletrasporto, strega malefica? Non ti bastano le fatture? i riti? no?”
Tigeide si avvicina e mi leva il ritratto di mano.
“Ferma! Non lo guardare! Noi dobbiamo augurare ogni bene al colonnello! Non osare!”
“Signora, forse dovrebbe smettere di passare i suoi giorni a parlare con una foto stropicciata.”
“Insolente, vattene via! Via! Come! Come! Il colonnello! Stupida! Stupida! Queste! Ci dai la mano e si prendono il braccio! Torna ai tuoi lavori, e bussa quando entri!”
Tigeide riprende la sua mantellina e si avvia alla porta.
“OooohTiiiiii…Tiii? Perdonami! Ti, la mia Ti, io ti voglio bene, è che tu sei una strega e mi fai paura quando prendi le cose in mano, tu lo capisci vero Ti? E poi parli troppo, parla di meno si Ti? io ti vorrò bene.”
Tigeide torna indietro e mi carezza la testa:”Povera signora, come l’hanno ridotta…”
“Povera!” le faccio eco “Povera signora! come l’hanno ridotta! Meno male che il mio fido Boris IV di Wipperfurth mi ha portato il mio giornale*. Non è arrabbiato con noi per quella brutta storia del padre. E’ un piccione riconoscente, il piccolo Boris. Sai, è orfano, Ti, noi lo facciamo per i bambini e gli abbiamo dato subito un lavoro, ecco…gli abbiamo detto “Piccolo Boris, non avercela a male per quella brutta storia, investi le tue energie in qualcosa di costruttivo”. Ecco.”
“Cos’è questa storia del maresciallo?”
Colonnello Ti, Colonnello, il Maresciallo è un altro.”
“Colonnello. E l’ammiraglio?”
“Quello! Non lo amo pià! Io ora amo il colonnello! Guarda Ti! Che portamento fiero! Che profilo nobile!”
“Eccoci.”
“Perché mi guardi così. Maledetta. Non osare guardarmi così...io sono perdutamente innamorata, questa volta è per sempre.”
“Certo madame, come lo era con il tiratore scelto uzbeco tre mesi fa, con il chimico libanese un anno fa e con lo scacchista georgiano della scorsa estate.”
“Stupidastupidastupida!”
E adesso sono tutti morti” Piantandomi gli occhi in faccia mentre piega la federa.
“TACI! Non è come le altre volte! Oca! Esci disgraziata esci di qui! Io uccido anche te, hai capito? Io uccido anche te Via!”
Tigeide caracolla fuori brontolando qualcosa nella sua lingua malvagia.
Resto sfatta sulla poltrona accennando un pianto isterico.
“Oooh Mu’ammar. Tooorna da me!”
Silenzio, fuori continua a piovere, l’orologio batte l’una.

*Comprate Internazionale, questa settimana. C’è il reportage a fumetti di Joe Sacco sui suoi giorni con i marines. Ci sono le foto di Danilo De Marco ai partigiani friulani, tra cui Mitragliatrice, classe 1924, cappellino e stella rossa. E c’è chi è certo che in realtà  Putin abbia origini venete. Se così realmente fosse, si spiegherebbero un sacco di cose…


Giorno 22 – della tecnologia a bordo.

15. marzo 2005, 00:32




Egregio signor Tim.

Io sono una donna dai sani principi morali, erede di una famiglia gloriosa e figlia onorevole delle mie genti. Mi indigna oltremodo la sua scriteriata insistenza, lei è un villano. La prego di non importunare pià né me ne coloro che sul mio Legno peregrinano, per tentare di piazzare i suoi ultimi ritrovati tecnologici. Paragonarci a quest’altro signor Costacrociere, inoltre, non fa che aggravare la sua già  traballante posizione etica. L’etica è principio irrinunciabile della mia stirpe, e non è tollerato chi la calpesta, pena tutto il nostro disprezzo, che siamo soliti manifestare in modi già  noti. Se si ostina nel suo operato, che l’ira dei figli di Abramo le si manifesti tra capo e collo allontanandoli per sempre.

Cordialmente


Judith vedova Holofern, figlia di Merari, figlio di Oks, figlio di Giuseppe, figlio di Oziel, figlio di Elkia, figlio di Anania, figlio di Gedeone, figlio di Rafain, figlio di Achitob, figlio di Elia, figlio di Chelkia, figlio di Elià b, figlio di Natanaèl, figlio di Salamiel, figlio di Sarasadai, figlio di Israele.

Poscritto: il sindacato dei Piccioni Viaggiatori e il rispettivo braccio armato della frangia oltranzista dei Piccioni da Combattimento solidarizzano. No communication, no trust, no belief beside us.


Giorno 21 – del Nuovo Ordine delle Cose.

25. febbraio 2005, 19:13

Trasmetto a tutti i dipendenti e relative famiglie, ai marinai di ogni ordine e grado, ai viaggiatori, al personale tutto il seguente comunicato circa il Nuovo Ordine delle Cose, valido fino a mio esclusivo piacimento.

a) Sono bandite dalla nave qualunquesiano forme ricreative, di svago e di divertimento.

b) Sono soppressi i giorni di libera uscita dei marinai, e i giorni di riposo dal lavoro di tutti i lavoratori. Anche i ragazzetti saranno occupati con i loro studi tutta la settimana.

c) E’ vietato ridere rumorosamente

d) parlare rumorosamente

e) e copulare rumorosamente.

f) Che gli uomini lavorino, le donne assolvano ai loro doveri e i ragazzetti ubbidiscano.

g) Sono banditi tutti i giuochi da tavolo, le carte e le scommesse.

h) La circolazione di alcool è consentita solo nella misura in cui io ne possa trarre giovamento.

i) La circolazione di droghe è consentita solo nella misura in cui io possa trarne giovamento.

l) Sono in questa occasione riabilitati i miei squadroni di piccioni da combattimento. A loro è data facoltà  di spervisione che questo Ordine sia rispettato in ogni suo punto. Stupreranno donne e mangeranno bambini, ma soprattutto stupreranno donne.

m) Trasgredite pure a vostro rischio e pericolo. Sappiate però che i trasgressori saranno puniti con la morte, della quale mi occuperò io personalmente. E non serve specificare come.

n) che nessuno venga a disturbare i miei studi. Per ogni comunicazione, affidatevi a carta e calamaio. E se non sapete scrivere, come è, allora arrangiatevi. Il sonno della ragione genera mostri.


in fede

Judith Von Holofern