i’ll show you in spring
it’s a treacherous thing
we missed you hissed the lovecats
we missed you hissed the lovecats [*]
Bologna-Mestre delle 12.44 (un giorno qualcuno mi disse che sono due gli odori caratteristici di Bologna: l’odore di verdura marcia e la puzza di piscio. Nessun posto puzza bene di piscio come il sottopassaggio di Bologna Centrale, neppure Salerno Centrale e neppure Napoli Mergellina). Ad ogni modo, mi premuro di localizzare uno uno dei fatidici posti dal settantuno all’ottantasei dove il viaggiatore potrà tranquillamente accomodarsi anche senza prenotazione del posto. C’è un motivo ben preciso per ciò, sarebbe a dire che il motto della mia esistenza è fai in modo di avere il minor numero di cacature di cazzo possibile, e una cicciona svizzera che con una mano agita il biglietto-con-riservazione-di-posto-e-proprio-il-posto-tuo-bellina e con l’altra scuote un salsicciotto disgustoso che ha al posto dell’indice,
è una cacatura di cazzo.
Settantuno, piazzo le borse, siedo la mia piccola persona in tutta la sua neritudine, mi tiro su le calze a rete che se ne scendono sempre e mi guardo intorno.
Il compartimento è vuoto, non fosse per una graziosa fanciulla sulla sedicina-diciassettina che osserva con un’aria tra la sogliola marinata e il calamaro disgustato questo curioso soggetto che le si è piazzato davanti. La vedo scrutare i calzetti a rete che spuntano dagli scarponcini e che nel frattempo sono scesi di nuovo, e la vedo successivamente osservarsi con aria rassicurata, meno male che compro le mie felpine e i miei jeans nei negozi del Corso. Continua ad osservarmi con la dovizia di un entomologo, con quella boccuccia che piazzata sulle faccine delle sedicenni d’oggi sotto a due occhioni umidi, le rende tutte fraganti boccioli di pornostar (come ben qualcuno osservò...).
Ad un tratto, un boato.
-Unbelievable, un-be-lie-va-ble!
La stazza di una enorme negra si incastra tra le due porte scorrevoli. Indossa una superba collana d’oro coordinata con gli altrettanto massicci orecchini, sopra ad una maglietta con la scritta “LEGALIZE IT” sotto ad una foglia di marijuana. Capelli su cui le treccine, come sempre, paiono puro bronzo istoriato. E’ bella, ed è infuriata.
Si siede su quello che era il suo posto, accomodandosi in mezzo ad un numero indefinito di scialli.
“They drop her out! They drop her out”. Ci osserva con gli occhi pulsanti fuori dalle orbite, ripetendo sempre la stessa frase, ossessivamente. Boccuccia di rosa ha nel frattempo spostato il suo sguardo inerte sulla nuova arrivata. Io invece chiudo il libro e la fisso. “They drop her out, la police, la police, ils sont arrivés, ils sont arrivés ici et they drop her out.”
Riconosco nell’inglese lo smaccato accento dei francofoni, riconosco nella sua voce qualcosa di estremamente vicino alla disperazione, e vediamo che porcheria ha fatto la police stavolta.
Così, qu’est-ce que c’est passé?
Mi racconta che prima che salissimo io e boccuccia di rosa, viaggiava con una donna (je viens du Sénegal, elle venait de l’Algerie, elle est ma soeur, nous sommes filles de l’Afrique, tu comprends?) incontrata in autobus, suppongo, nel tragitto per arrivare alla stazione. Dice che hanno iniziato subito a parlare della loro Africa, quando due africani si riconoscono iniziano subito a parlare, e parlano della loro Africa. Salgono insieme sullo stesso treno, si siedono vicine. Poi lei, che mi sta raccontando, si addormenta. Si risveglia con i rimbrotti di un italiano che sta dicendo alla sua sorella di mettere le valigie negli appositi spazi, e non – brutta troia schifosa- per terra, che io ci devo mettere i miei piedi, hai capito?
D’istinto chiede che diamine stia succedendo, l’italiano rincara la dose, lui a dire che le valigie le devono mettere nei cazzo di appositi spazi, lei a difendere la sua amica che non parla italiano, sono pesanti le valigie, non ce l’abbiamo fatta a metterle su, che cambia? hai tanti posti liberi.
L’italiano si zittisce. Senza scomporsi minimamente, non apre semplicemente bocca. Tutto quello che fa è estrarre il suo cellulare e comporre con disinvoltura il 118. La senegalese non mi dice cosa costui riferisce. Pronto, Polizia? Ci sono due donne nere che stanno creando scompiglio su un treno ecco…ho pensato bene di avvertirVi, sai mai che non hanno manco il permesso di soggiorno e tutte quelle cose là in regola…io mi sono sentito in dovere di avvertirVi…
Celere Polizia, che nell’arco di pochi secondi avvisa la PolFer di Bologna Centrale, che celere localizza il binario, il treno, la carrozza e le due donne nere, in particolare una, che sta recando scompiglio alla quiete pubblica, e si sa, sui treni oggi c’è bisogno di più controllo.
A questo punto il racconto si fa confuso, la senegalese si perde nell’affanno, ricomincia a ripetere che hanno preso la sua amica, che l’hanno fatta scendere e che chissà dove se la sono portati.
Nel frattempo, arrivano due brasiliani, padre e figlio (maglietta di una qualche quarta Espositiòn do Brazil). Al loro arrivo, la senegalese ricomincia a raccontare, questa volta in inglese (I’m from Senegal, she’s from Algeria, we are sisters, yo’nderstand?). I due la ascoltano, poi tornano alle loro mappe e alle loro lonely planet.
Un po’ placata, si sporge verso di me, mi fissa, scandisce bene le parole.
“I’ve been everywhere, I’ve been everywhere, and I’ve never seen something like this.”
“Of course, our beautiful Italy.”
“You’re italian?”
“Yes.”
“That’s so ugly. I’ve never seen something like this. Never.”
Guarda fuori. Torna a girarsi verso di me.
“Will they take her back to Algeria?”
Non ho il coraggio di dirle che anche se ha tutti i documenti in regola, basta che uno di loro abbia voglia i coglioni girati perchè la moglie quella notte aveva il mal di testa, e ce la rispediscono a calci, in Algeria.
Le chiedo se ha il suo numero di cellulare, se hanno fatto in tempo a scambiarselo, in modo da chiamarla e sapere che fine ha fatto. Ce l’ha, ma ha finito il credito (cellulare dorato con decine di gioiellini appesi), appena scende a Padova compra la ricarica. Caccio il mio telefonino, pur sospettando già di non arrivare ad un euro di credito. Wait a minute. Digito il quattrocentoquattro. Un messaggio mi informa simpaticamente che ho a disposizione quattro centesimi per chiamare tutti i miei amici e messaggiare con tutte le mie amiche. La guardo quasi colpevole. No more credit, me too. Four Cents…do you wanna try…?
Raccoglie con la sua mano unghiata la mia che stringe il telefono, rispingendola verso la borsa.
“Don’t worry, pas de problèmes, pas de problèmes, thank you, thank you so much.”
Scende a Padova.
E io come nei migliori romanzi, non le ho nemmeno chiesto come si chiamava.