Il campo è bagnato ma il match si disputerà.

12 Dicembre 2005, 22:52

Venezia è una città piuttosto irritante. Specie quando piove. Specie quando piove e hai le converse. Andare a venezia con le converse quando piove è come essere un maiale sotto le feste. Io però alle mie bellissime converse nere non ci rinuncio certo per una città del cazzo. Così quando piove e sono a venezia, mi bagno orgogliosamente i piedi. Anche perchè le mie scarpe ci stanno meravigliosamente bene con i miei pantaloni neri modello edimburgo inverno 1988. Così mi trovo in una città particolarmente irritante, con i piedi ostinatamente bagnati, l’umore viola persistente e un ombrello troppo grande. Ecco, l’ombrello. “L’elemento urbanistico più gettonato di venezia paiono essere, uhm, i ponti”, medito mentre arrivo al quarantasettesimo ponte della giornata, ai piedi del quale mi trovo due volte al giorno quattro giorni a settimana qualche mese su dodici. Anche oggi, che piove, ho le converse e un ombrello troppo grande, mi ritrovo ai piedi di quel ponte, dal quale sta scendendo una masnada di altresì detti rastamanni dalla drammatica parlata romana. Gazelle, quindici chili di dreadlocks cadauno, stile io e il fratello giamaicano siamo una sola cosa, sotto il sole dell’amore, lo scontro è inevitabile.
O scendono loro, o salgo io.
L’umido aere si congela in una epica istantanea.
Io, tela corvina e addobbi siderurgici, muto dramma esistenziale. E loro, fratello sole sorella luna, una pizza in compagnia e più pace per tutti. Edimburgo 1988 vs Woodstock 1969. Elettropunk Puro Stile contro Accozzaglia Arcobaleno All’Occorrenza Pratica Bandiera. Telecamera dal mio lato, sottofondo Suicide. Telecamera dal loro, sottofondo Marley.
Per istinto di sopravvivenza mi asciugo nel cappotto nero come un’anguilla ritratta, abbasso l’ombrello e rigida come una stecca dò il segnale fisico della nobile precedenza al nemico.
Passa il primo, risolino.
Passa il secondo, scatarrozzo.
Passa la terza, risata caprina.
Passa il quarto, frankie teeaaardroooop
Passa il quinto, fraaaankkiieeeeeee
Passa la sesta, FRANKIIIEEEEEEEEE
Passa il settimo, ma stavolta Alan Vega non strilla abbastanza forte da coprire un mortizza che giunge al mio orecchio.
Eh no eh.
Faccio in un attimo, mi avvio, il tempo di sbilanciargli l’ombrello sul poncho populista, che per schivare cade, scivola, a terra rovinosamente, splash, muori.
Alan Vega ricomincia a strillare, ricoprendo gli abbai scomposti dell’amico dei pesci. Pare la truppa gli domandi che è stato, e pare altresì fratello jamming risponda qualcosa di cui continuo ad avvertire l’accusa alla mia tenuta anti lumescenza.
Ma già la battaglia è vinta, ed un nuovo sole sorge. Conquistato il ponte, dall’alto della vetta contemplo il mondo con sguardo fiero e petto gonfio. Alzo solenne il medio inguantato al volgo, che i vostri capelli marciscano e le vostre erezioni falliscano, sacchi di iuta puzzolenti, e trionfante avanzo verso la prossima cima.


Ed un Edimburgo particolarmente frizzante batte Woodstock uno a zero, amici. A voi Studio.


Militanza Basco.

2 Novembre 2005, 22:36

-Brava. Un basco à la française.
-A la bosniaque, signorina. A la bosniaque.


Intorno alle scacchiere urbane di Sarajevo, quelle sette metri per sette che occupano un angolo degli incroci, quelli nelle piazzette alberate, si raccolgono i Maestri Scacchisti.
Due di loro giocano, ma il vero giuoco si conduce lungo il perimetro del campo, dove gli altri si dispongono ora osservando perplessi la partita, ora ridendo di gusto per l’incapacità del nero, ora urlando imperiosamente come andrebbe giocata la partita se il bianco ero io.
I vecchi scacchisti di Sarajevo, gli anziani che passeggiano lungo la Miljacka, quelli che bevono il caffè bosniaco, indossano un immancabile basco nero che è diventato uno dei miei simboli della città. I vecchi di Sarajevo indossano un basco più appiattito rispetto a quelli continentali, e rigorosamente afflosciato a sinistra, ma senza quel piglio banalmente militaresco proprio dei comuni baschi afflosciati.
Una pubblicità affissa su un pannello di fianco alla Biblioteca Nazionale riportava a caratteri cubitali “Cravate à la bosniaque” (ovviamente non pubblicizzava cravatte ma caffè).
Da allora coniai “basco à la bosniaque” per ricordarmi dei vecchi Maestri Scacchisti di Sarajevo e di moltre altre cose.


Oggi compro il mio ennesimo basco, ma stavolta nero, cento per cento lana, professional dry clean only, provenienza Repubblica Ceca, da arrangiare con cura e pazienza, à la bosniaque.


Updating my chemicals (le dimensioni contano)

11 Ottobre 2005, 19:14

Il foglietto illustrativo più lungo con cui abbia mai avuto a che fare: 61 centimetri.
Mezzo metro di fine letteratura farmacologica.


The fishwives of Newhaven

6 Ottobre 2005, 16:46




E io domando: in che modo la grazia di questi capelli
e di questo sguardo ha avvolto gli esseri di un tempo:
come baciava questa bocca, verso la quale
immemore, il desiderio, come un fumo senza fiamma sale attorcigliato.


Calotipia di David Octavius Hill, Mrs Elizabeth (Johnstone) Hall, Newhaven fishwife, 1843., citazione dai quattro ultimi versi di “Standbilder. Das sechste” di Stefan George.


Ispirazione di tutto ciò datami da Benjamin in sogno.


Mr. Wiggles

27 Settembre 2005, 21:28

Mr. Wiggles (di cui vi ho già accennato*) è l’orsetto di peluche con cui sono cresciuta.
Questo spiega molte cose.
Vogliate quindi fare la conoscenza di Mr. Wiggles, che non è il peluche che tutte le mamme vorrebbero ma il peluche che vorrebbe tutte le mamme.
Il consiglio è di aggiungere il feed di Mr. Wiggles in mezzo ai vostri segnalibri live, in modo da essere aggiornati settimanalmente sulla sua ultima atrocità.


Figlie d'Africa (una storia)

24 Settembre 2005, 20:37

i’ll show you in spring
it’s a treacherous thing
we missed you hissed the lovecats
we missed you hissed the lovecats [*]



Bologna-Mestre delle 12.44 (un giorno qualcuno mi disse che sono due gli odori caratteristici di Bologna: l’odore di verdura marcia e la puzza di piscio. Nessun posto puzza bene di piscio come il sottopassaggio di Bologna Centrale, neppure Salerno Centrale e neppure Napoli Mergellina). Ad ogni modo, mi premuro di localizzare uno uno dei fatidici posti dal settantuno all’ottantasei dove il viaggiatore potrà tranquillamente accomodarsi anche senza prenotazione del posto. C’è un motivo ben preciso per ciò, sarebbe a dire che il motto della mia esistenza è fai in modo di avere il minor numero di cacature di cazzo possibile, e una cicciona svizzera che con una mano agita il biglietto-con-riservazione-di-posto-e-proprio-il-posto-tuo-bellina e con l’altra scuote un salsicciotto disgustoso che ha al posto dell’indice,
è una cacatura di cazzo.
Settantuno, piazzo le borse, siedo la mia piccola persona in tutta la sua neritudine, mi tiro su le calze a rete che se ne scendono sempre e mi guardo intorno.
Il compartimento è vuoto, non fosse per una graziosa fanciulla sulla sedicina-diciassettina che osserva con un’aria tra la sogliola marinata e il calamaro disgustato questo curioso soggetto che le si è piazzato davanti. La vedo scrutare i calzetti a rete che spuntano dagli scarponcini e che nel frattempo sono scesi di nuovo, e la vedo successivamente osservarsi con aria rassicurata, meno male che compro le mie felpine e i miei jeans nei negozi del Corso. Continua ad osservarmi con la dovizia di un entomologo, con quella boccuccia che piazzata sulle faccine delle sedicenni d’oggi sotto a due occhioni umidi, le rende tutte fraganti boccioli di pornostar (come ben qualcuno osservò...).
Ad un tratto, un boato.
-Unbelievable, un-be-lie-va-ble!
La stazza di una enorme negra si incastra tra le due porte scorrevoli. Indossa una superba collana d’oro coordinata con gli altrettanto massicci orecchini, sopra ad una maglietta con la scritta “LEGALIZE IT” sotto ad una foglia di marijuana. Capelli su cui le treccine, come sempre, paiono puro bronzo istoriato. E’ bella, ed è infuriata.
Si siede su quello che era il suo posto, accomodandosi in mezzo ad un numero indefinito di scialli.
They drop her out! They drop her out”. Ci osserva con gli occhi pulsanti fuori dalle orbite, ripetendo sempre la stessa frase, ossessivamente. Boccuccia di rosa ha nel frattempo spostato il suo sguardo inerte sulla nuova arrivata. Io invece chiudo il libro e la fisso. “They drop her out, la police, la police, ils sont arrivés, ils sont arrivés ici et they drop her out.
Riconosco nell’inglese lo smaccato accento dei francofoni, riconosco nella sua voce qualcosa di estremamente vicino alla disperazione, e vediamo che porcheria ha fatto la police stavolta.
Così, qu’est-ce que c’est passé?
Mi racconta che prima che salissimo io e boccuccia di rosa, viaggiava con una donna (je viens du Sénegal, elle venait de l’Algerie, elle est ma soeur, nous sommes filles de l’Afrique, tu comprends?) incontrata in autobus, suppongo, nel tragitto per arrivare alla stazione. Dice che hanno iniziato subito a parlare della loro Africa, quando due africani si riconoscono iniziano subito a parlare, e parlano della loro Africa. Salgono insieme sullo stesso treno, si siedono vicine. Poi lei, che mi sta raccontando, si addormenta. Si risveglia con i rimbrotti di un italiano che sta dicendo alla sua sorella di mettere le valigie negli appositi spazi, e non – brutta troia schifosa- per terra, che io ci devo mettere i miei piedi, hai capito?
D’istinto chiede che diamine stia succedendo, l’italiano rincara la dose, lui a dire che le valigie le devono mettere nei cazzo di appositi spazi, lei a difendere la sua amica che non parla italiano, sono pesanti le valigie, non ce l’abbiamo fatta a metterle su, che cambia? hai tanti posti liberi.
L’italiano si zittisce. Senza scomporsi minimamente, non apre semplicemente bocca. Tutto quello che fa è estrarre il suo cellulare e comporre con disinvoltura il 118. La senegalese non mi dice cosa costui riferisce. Pronto, Polizia? Ci sono due donne nere che stanno creando scompiglio su un treno ecco…ho pensato bene di avvertirVi, sai mai che non hanno manco il permesso di soggiorno e tutte quelle cose là in regola…io mi sono sentito in dovere di avvertirVi…
Celere Polizia, che nell’arco di pochi secondi avvisa la PolFer di Bologna Centrale, che celere localizza il binario, il treno, la carrozza e le due donne nere, in particolare una, che sta recando scompiglio alla quiete pubblica, e si sa, sui treni oggi c’è bisogno di più controllo.
A questo punto il racconto si fa confuso, la senegalese si perde nell’affanno, ricomincia a ripetere che hanno preso la sua amica, che l’hanno fatta scendere e che chissà dove se la sono portati.
Nel frattempo, arrivano due brasiliani, padre e figlio (maglietta di una qualche quarta Espositiòn do Brazil). Al loro arrivo, la senegalese ricomincia a raccontare, questa volta in inglese (I’m from Senegal, she’s from Algeria, we are sisters, yo’nderstand?). I due la ascoltano, poi tornano alle loro mappe e alle loro lonely planet.
Un po’ placata, si sporge verso di me, mi fissa, scandisce bene le parole.
I’ve been everywhere, I’ve been everywhere, and I’ve never seen something like this.
Of course, our beautiful Italy.
You’re italian?
Yes.
That’s so ugly. I’ve never seen something like this. Never.
Guarda fuori. Torna a girarsi verso di me.
Will they take her back to Algeria?
Non ho il coraggio di dirle che anche se ha tutti i documenti in regola, basta che uno di loro abbia voglia i coglioni girati perchè la moglie quella notte aveva il mal di testa, e ce la rispediscono a calci, in Algeria.
Le chiedo se ha il suo numero di cellulare, se hanno fatto in tempo a scambiarselo, in modo da chiamarla e sapere che fine ha fatto. Ce l’ha, ma ha finito il credito (cellulare dorato con decine di gioiellini appesi), appena scende a Padova compra la ricarica. Caccio il mio telefonino, pur sospettando già di non arrivare ad un euro di credito. Wait a minute. Digito il quattrocentoquattro. Un messaggio mi informa simpaticamente che ho a disposizione quattro centesimi per chiamare tutti i miei amici e messaggiare con tutte le mie amiche. La guardo quasi colpevole. No more credit, me too. Four Cents…do you wanna try…?
Raccoglie con la sua mano unghiata la mia che stringe il telefono, rispingendola verso la borsa.
Don’t worry, pas de problèmes, pas de problèmes, thank you, thank you so much.


Scende a Padova.
E io come nei migliori romanzi, non le ho nemmeno chiesto come si chiamava.


Butterly-Effect:Night-Pain

15 Settembre 2005, 02:42

Torno a casa alle due e mezza, stavolta non ho fatto poi così tardi, lascio l’accappatoio in bagno ed esco nuda, attraverso il corridoio, entro in camera, grat grat, accendo la luce, grat grat, sento grattare, un distinto grattare, sono nuda, grat grat sul muro di fronte a me, é vicino, qualunque cosa sia é qui vicino; grato grat, nuda, la vedo. E’ una Farfalla. Non é una falena di campagna non é una farfallina di provincia, é una Farfalla. E’ enorme, viola, beige, con due grandi occhi neri al centro della ali, é la Farfalla che vedi nei documentari su Raitre nelle domeniche pigre, é una Farfalla di Foresta che come cazzo ci sei finita qui, tu? Sono terrorizzata, le Farfalle di Foresta sono enormi e fanno un casino della madonna, e io ogni cosa che si muove mi spaventa, ti prego esci, ti prego, sono anche nuda, così grande potrebbe uccidermi, non lo so perché mi fa paura, sarà la più bella Farfalla che io abbia mai visto ma fa grat grat e mi angoscia, ti prego, diosanto, esci. Spengo la luce in camera accendo quella in corridoio, in genere funziona così.Si ferma sullo spigolo dello stipite della porta. Per pochi secondi mi calmo, e la osservo, appesa allo spigolo, due enormi ali che si stagliano contro la luce del corridoio, la Farfalla di Foresta. Finalmente esce. Chiudo la porta, nuda, mi siedo a scrivere, la sento grattare nel corridoio.


Liturgie

12 Settembre 2005, 20:21

La prima volta che mi innamorai perdutamente di un volto di donna, fu nella basilica di sant’antonio a padova. Avevo una decina di anni. Si sedette nella panca dietro alla mia, e sentendola arrivare istintivamente mi girai. Poi presi a girarmi e a girarmi ancora e ancora, volevo guardarle la faccia, non chiedevo altro, ed evidentemente ciò non poteva che essere segno di una bellezza indicibile. Rimasi sconcertata.
Questo evento fu la mia iniziazione simbolica e per di più su suolo cristiano. A mio modo, ero una Niña Santa, la più pagana delle pastorelle e la più peccaminosa delle visionarie, ma tutto avvenne in un’aura di santità, anche se rimasi folgorata sulla via di Gomorra e non di Damasco.
Da allora, le donne amo guardarle, evitando qualunque altro tipo di contatto, perfino verbale, proprio come pie icone.
Per me, la donna esiste per essere scrutata, ad eccezione di una di cui ho deciso di appropriarmi arbitrariamente.
Una religione dai dogmi piuttosto incerti.


Gaudeamus

10 Settembre 2005, 01:13

Amici cari. Vogliate gradire la nuova veste grafica del mio sito, che dice sempre meno cose ma le dice meravigliosamente bene, come diceva quella celebre battuta sulle donne cretine.
Sempre per beata ebetaggine i link alle categorie e ai virili archivi non conducono a nulla, ma si limitano a rinchiudersi in sensuali riquadri neri dal piacevole gusto sadomaso.
Gioite dunque del nuovo layout senza porvi troppi problemi.

Qualche credit.
Nonostante io sia riuscita a muovere i primi passi nel meraviglioso mondo dei Fogli di Stile e ad avviare l’opera, si é reso inevitabile il prezioso apporto del nostro piacente Ammiraglio , tutt’ora all’opera. Il sottotitolo nonché motto del sito non é opera mia ma citazione nonché caposaldo dell’etica secondo Brian, l’unico cane al mondo in grado di leggere il Faust goethiano con la giusta intonazione scenica (non ricordo il numero dell’episodio in cui lo faceva). Qui la versione originale. La vaga atmosfera minimal-sado-marcusiana é invece puro frutto delle mie assillanti turbe sessuali.
In qualche modo dovrò pur fare.

Un caro saluto.


Bomb guides [3]

7 Settembre 2005, 00:14

Bomb Guides: [1] [2]


”...certo, se non siete amanti delle maniere brutali dei vostri amici turistobombaroli ma non volete rinunciare alle gioie di un eccitante tour vandalico nel Belpaese, potete sempre uscirne in modo onorevole: una volta individuato il target potrete lasciare traccia della vostro passaggio (vi ricordiamo che il nostro turismo si distingue da quello tradizionale in quanto non si porta i souvenir a casa, li lascia) con metodi certamente più discreti della dinamite o del tritolo. Resta un classico intramontato l’infiltrazione di sostanze tossiche all’interno di beveraggi vari, fino al vero e proprio inserimento di oggetti acuminati nei recipienti alimentari (tecnica questa che suggeriamo solo ai nostri viaggiatori più esperti)...”


estratto da BombGuide 2005, cap. “Bombarolo gentiluomo?Si può!”, pag. 176, Ed. Dinamitard.