Il cimitero di C., il paese abbarbicato sul cocuzzolo dal quale provengo, è piccolo e ben curato. Un guardiano si occupa di tener puliti i vialetti e le tombe più grandi (quelle delle famiglie più importanti del paese) e sta attento che l’edera cresca bene sulle mura che lo proteggono dai clacson delle vecchie 126 ancora in circolazione e dalle maledizioni delle matrone che hanno levato l’acqua pure oggi.
Quando torno a casa, scelgo un pomeriggio di sole verso l’imbrunire e mi avvio (a piedi) verso il cimitero.
Mi siedo davanti alla tomba della nostra, di famiglia e dopo aver scambiato qualche frase di circostanza con i miei avi, mi guardo intorno, respiro il vento, mi riposo un po’. E’ un giardino silente, immerso tra gli alberi e tra le siepi, sempre fiorito in primavera e frondoso d’estate. Anche le tombe, che rispecchiano lo stile dell’epoca in cui furono costruite, hanno la loro esile bellezza: quelle con la croce in ferro di fine ottocento, quelle decorate in maiolica degli anni venti, fastose negli anni cinquanta e sempre più squadrate verso i giorni nostri. Quella della mia famiglia è, ovviamente, minimal borghesissimus.
All’osservatore che non fosse interessato ai miei ribrotti verso le giaculatorie che mi sta propinando la mia trisavola, non sarebbe facile individuare una tomba che proprio ora è esasperatamente imbottita di fiori. Scostando gladioli e gerbere di colori infuocati, facendosi largo tra garofani ammassati come cavatelli al sugo, l’osservatore giungerebbe finalmente alla fotografia di un pallido volto di giovane donna, nemmeno trent’anni, gli occhi chiari e l’acconciatura icona degli anni ottanta: capelli vaporosi e spalline sotto il maglione di lana che pure si scorge. Poco sotto, il nostro viandante scoprirebbe che si chiamava Anna G., e morì il 23 novembre del 1980. Il suo fidanzato (che ovviamente la amava perdutamente, come accade nelle storie infrante dalla morte), era un bel giovinotto magro ed elegante, con gli occhiali dalla montatura nera spessa che andava tra i giovanotti universitari di buona famiglia del tempo (ma in realtà, è sempre andata, io l’ho declinata ad un fifties-punk, ma l’occhialino nero ce l’abbiam tutti), e la osserva da lontano, ché, così spiegerebbe qualcuno al nostro viandante soffuso nel polline, li han tormentati quando erano vivi e continuano a farlo pure ora che son morti. I due fidanzati sono morti il giorno del Terremoto, schiacciati da un masso caduto, dalla montagnola che sovrasta il borgo, sulla loro cinquecento bianca, e sono il tributo che il paese di C. ha dato alla furia degli elementi. Il tributo umano, naturalmente, che tutti gli altri pegni continua a pagarli ancora oggi e chissà per quanto.
E’ una storia nostalgica, sentimentale e triste, perfetta per la forma aneddotica: due amanti giovani e belli, lui proveniente da una famiglia benestante, lei figlia di gente umile, che sfidano la rigida suddivisione classista di un paese del sud e stanno perfino per sposarsi. Arriva un terremoto, una pietra li ammazza insieme, ma le due famiglie,che li han tormentati in vita, nonostante una intera popolazione che reclama una seppellimento da Liala (due bare & una cripta) compiono il gesto eclatante di seppellirli distanti: non dovevano stare assieme quando erano vivi e non ci staranno manco da morti.
A questo punto il viandante, che si vede subito quando uno è foresto, si guarderebbe un poco intorno smarrito. Lo inviterei a sedersi vicino a me, proprio mentre il mio bisnonno mi sta raccontando di quella volta, in Egitto, e gli racconterei qualcosa del Terremoto nel paese di C.
Il centro storico polverizzato via da un minuto e trenta di terreno disprezzo per il meridione democristiano.
L’arrivo dei genovesi che spalavano mentre i giovani del paese li osservavano fumando sigarette.
E poi la Storia che si stempera in un orizzonte più ampio, le pochemila abitanti del paesello che realizzano la portata della catastrofe, tutta la provincia? fino alla piana? macché, fino a Benevento? Allora pure in Basilicata? ma finanche a Napoli?
Macché.
Tutto Il Sud, sprofonda, diventando icona di un dramma a cui, come forse pochi altri nella storia, quel che seguirà in vent’anni sarà peggio di quel che è accaduto in quel minuto e trenta di rimbombo.
Duemila morti ingiuriati dallo sfacelo della ricostruzione, dalle porcherie immani vidimate DC, dalle cifre gonfiate, dagli abusi, il Sud paese della cuccagna, guarda soldi che stan ricevendo, si fottano i morti e gli sfollati, io ci vado a costruire.
L’ultima beffa, direi per finire al viandante, l’ha ricevuta anche il paese di C.
La maggiorparte degli abitanti, quelli che da un minuto all’altro si son trovati senza quel tetto che era l’unica cosa al mondo che avevano, sono finiti in orribili container arancioni, e da uno, due anni che ci dovevano restare, ce ne son rimasti venti.
I bambini nati nel frattempo in quelle catapecchie di cartongesso, quando si son visti spostare in case vere (che appena costruite già perdevano l’intonaco e ci si sfaldavano le finestre), hanno strepitato che la loro casa era quella arancione, mica quella bianca.
E quando finalmente tutti sono andati a vivere in un 8×8 che però almeno era in muratura, sui mostri arancio ormai disabitati sono comparse le A di Amianto e i perimetri in filo spinato per assicurarsi che nessuno entrasse a contatto con la zona contaminata.
Eppur tutto va bene, va proprio tutto bene
Son trascorsi venticinque anni esatti dal Terremoto in Irpinia, mentre l’Irpiniagate allunga le sue propaggini del fotti fotti generale ancora oggi.
Gabriella Bianchi ha aperto un blog dedicato proprio a quel 23 novembre, dove se ne trovano foto, racconti e audio. Su tutti, il file di quella che diventerà Radio Terremoto per avere involontariamente registrato assieme ad un pezzo di musica tradizionale anche quel minuto e trenta di furia.