Taccuini
Five little indians
Di M. (il primo viene per mare) poco importa, una donna felice, una donna bastevole, spensierata, cieli senza nuvole e cataloghi di divani.
Ero curiosa di sapere che ne sarebbe stato di me.
Le mie reazioni a fatti inconsueti mi affascinano.
Non ho avuto il coraggio di dirle di no, a suo tempo, quando durante una delle mie interminabili traversate in carrozza, mi chiam per chiedermi se volevo farle da testimone. Incalzava, come una bambina di otto anni, sei felice? ma sei un po’ felice? impacciata, senza prendere fiato.
Non ho avuto il coraggio di dirle che il matrimonio era la pi elementare forma di ipocrisia, la pi abietta passerella sociale, il pi abominevole e sistematico spreco di soldi che l’uomo abbia mai escogitato, tanto per restare alla mera celebrazione.
Cose banali, in fondo. A lei io non potevo dire questo, perch ho rispetto dei suoi sogni ingenui, della sua vita tranquilla, del suo microcosmo a trascendentale esclusivamente amoroso, annidato nel minuscolo paese di un entroterra sospeso, dove nulla accade, nulla giunge, nulla si muove, una dimensione parallela ed incontaminata dove il mondo arriva a vacui echi, nulla pi. E’ da l, che io vengo.
Si, M. una persona semplice.
Perch, mi domando mentre stendo sul letto le stoffe nere che metter quel strano giorno, sorridiamo indulgenti alla cosa semplice? Un disprezzo sottile, presuntuoso. La bellezza della complessit, il fascino della complessit, a me la complessit sta rovinando la vita. Cos a volte guardo a lei, e mi si stringe la trachea, l’esofago e il pancreas, perch lei felice, lei circondata di affetto, lei non vede che lui, lui non vede che lei, lei pensa alla casetta, alle tendine e ai cazzo di divani, si, ed felice, felice, felice cos, di felicit originaria ed incorrotta, l’icona della felicit, l’apoteosi della felicit. T, tienti la tua bella rovina tu, vestiti di nero, leggi, studia, impara, viaggia tanto, d cose intelligenti, stupisci, sbattiti, fatti, crepa, tu e le tue cazzo di tarme.
E ancora mi voglio bene, e che ci posso fare io, se mi voglio ancora bene.
E va bene.
Adesso, a questi pochi giorni da, mi scesa addosso questa cosa, questa ombra indaco che va sotto il nome di Melancolia, che da Duerer in poi sempre raffigurata con il mento retto dalla mano, e lo sguardo altrove.
Penso a casa mia, campagna assolata del Sud. La domenica mettevo il vestitino lilla con le spalline sottili che mi aveva fatto Licia, e andavo da nonna (il secondo ormai cenere), che sapevo era sempre l, sotto l’incannucciata, a fare il sugo. C’era il vento, ricordo l’erba alta e ricordo le cicale, un’ossessione morbosa da cui non mi sono mai pi liberata. Poi quando faceva sera si innaffiava il giardino, e la terra fremeva assetata, e io sul vialetto ballavo, e mia nonna batteva le mani, e giravo, giravo, volteggiavo, e non pensavo ad altro.
Penso a lui (il terzo dissolve, disperso), al suo sguardo mite, una fede incrollabile in me, una stima, un rispetto, una dedizione completa, fino al ridicolo, fino allo scherno, la persona che pi di tutte sulla terra intera mi abbia mai amata, e io guarda che ti ho fatto.
Oggi, (il quarto, ” come se tu non riuscissi a liberarti di lei, ma lasciamelo dire che cosa strana…”) l’ho rivista, proprio oggi. Un pretesto stupido, l’ho chiamata fuori dal suo buco e lei venuta. Si seduta a fumare. Allora le ho chiesto:”Ma tu stai bene cos? Stai bene, cos?”. Non ho resistito. “Tu?”, spegnendo la sigaretta nel portacenere.
Non me lo ricordo nemmeno che le ho risposto.
Inizia a chiedere, inizia a farmi domande.
Il quinto arriva dopo, per ultimo, come le gran dame. Sbatte le porte, fa rumore, rugge, la natura glielo consente, glielo perdona, come a tutti gli eletti, portatori sani di carisma e strafottenza, che il creato guarda benigno mentre li redarguisce amorevole. Soggetti detestabili, dai quali bisogna sempre guardarsi. Butta all’aria i miei fogli, calpesta i miei disegni, straccia e deride, blasfemo, dissacrante. Quel che si dice nato sotto una buona stella. Che il cielo abbia cura di lui.
Febbraio
Mentre aspetto il pullman arriva una signora con un poncho messicano ad una bombetta bianca. Si siede sulla panchina tra me ed un signore con il cappello da marinaio e la borsa da postino old style a tracolla.
Cos mi chiedo che effetto dobbiamo fare tutti e tre, controluce, il vecchio marinaio, la signora con la bombetta ed io con le mie calze a righe bianche e nere e le ballerine.
Sto per iniziare a scrivere di lei che, quasi avesse capito tutto, mi dice sorridendo:”Perch sa signorina che questo ponch l’ho cucito io?” Mi racconta cos una bellissima storia, delle Ande e di contesse boeme, di pizzi e di libert. (“Quando mi offrirono due milioni al mese per andare a disegnare i miei vestiti in Australia rifiutai. Meglio mille lire a casa mia, e senza nessun padrone”). Mentre mi raccontava tutto questo, io sorridevo, perch anche se era una sconosciuta con un cappello, quand’anche fosse stato tutto inventato, quella restava comunque una bellissima storia.
Ancora, inevitabilmente in treno. Sono in compartimento con una breve famiglia ed una signorina che legge grazia. Ben strana gente. Di fronte a me siede una ragazza che avr al massimo diciassette anni. Il padre continua a brontolare perch il treno partito con quindici minuti di ritardo e lui ha speso quindici euro di biglietto e chieder il rimborso. Si vede che gente alle prime armi, in fatto di treni.
Provo un certo piacere sadico di fronte alle diciassettenni.
Cercano disperatamente di darsi il tono da self made woman, ma quando dicono “abbiamo deciso di” le madri le correggono sempre con il condizionale.
Ogni tanto fisso questa ragazzina dallo sguardo caparbio. Le sembra di dover poter fare gi tutto quel che le passi per la testolina, ma quella mano materna che le tiene amorevole le mani, la sta ancora trattenendo.
In realt questa faccina non mi interessa minimamente.
Continuo a pensare al volto di quella spagnola, in stazione, che mi teneva gli occhi azzurri impunemente piantati addosso, mentre ascoltava distratta un’amica ciarliera.
(Suppongo arrivai, soggiornai, e ripartii.)
Mentre scendo dal cancello della villa lungo la strada, verso la fermata del pullman, mi immagino proprio una di quelle istitutrici vittoriane che di buon mattino, avvolte nelle loro mantelle nere, camminavano incurvate nella nebbia alla volta della posta pi vicina per prendere la diligenza per Londra. E’ una mite giornata di sole. Mi ha svegliata il giardiniere che raspa le aiuole per raccogliere le foglie secche. Mi passa anche un cavallo di fianco, mentre aspetto il pullman.
Il mio lungo viaggio inizia qui, in una piccola stazione spersa nella campagna toscana, le colline dalla terra calda oggi intrisa di questa splendido sole. (A volta mi tocca scendere ad armistizio, col sole, lo devo ammettere). Prati, qualche albero e campi arati che si perdono a vista d’occhio. E’ successo tutto in poche ore, il tempo di rispondere alla telefonata, raccogliere le mie cose e ripartire. Di nuovo, ed in direzione opposta. Mi osservo riflessa nel finestrino, la sciarpa colorata, l’orecchino di pietre viola. “Ti sei riposata almeno?”, mia madre. Chiudendo la telefonata mi ha detto “Grazie, sai.”. Mi fa sempre specie quando mia madre mi ringrazia. Non c’ da ringraziare. Cos doveva essere, e cos dovevo fare.
Questo regionale intanto assolve al suo compito come uno scolaro un po’ duro di testa ma volenteroso, e ferma a tutte le stazioni. Colorate, sono belle, qui. Luoghi di campagna che non ho mai sentito. Ancora alberi, ancora colline, ancora monti. (L’Herald Tribune ha un’impaginazione molto simile, se non identica, a quella del Manifesto. Quasi tutti i giornali arabi oggi titolano in prima pagina di Giuliana Sgrena, l’Herald nemmeno nelle ultime.)
E gira e rigira non mi trovo ancora su uno stupidissimo interregionale? Una condanna. Scendo a C. alle 4, mi accoglie un vento freddo che mi fa sotterrare nel bavero della mia giacca. L’intercity che mi dovrebbe portare direttamente a Napoli arriva non prima di un’ora e quaranta. Giusto sopra, sul tabellone delle partenze, c’ questo IR che in venti minuti partir per l’Urbe. Allora mi guardo intorno: una stazione priva di qualunque interesse, il bar chiuso, sento la parlata sbiascicata e lagnosa di questi qui. Afferro la mia valigia gialloblu, la cartella con i libri, la borsa e scappo al binario quattro. Meglio aspettare un’ora e mezza nel caos di Romatermini che tra queste quattro mura insulse.
Pi leggo delle riprese marxiste nella filosofia contemporanea, pi mi convinco che un inevitabile ANACRONISMO impedisce un ripensamento efficace. Ciononostante mi piace che Althusser si definisse “agitatore politico in filosofia”.
Oggi l’unico agitatore filosofo (!) in politica Buttiglione.
Questo ci d il metro di tante cose.
HA! (alla Al Pacino).
(continua)
Gennaio
Improvvisamente, in galleria, va via la luce nella carrozza. Silenzio interrogativo, tutti in cabina istintivamente alziamo la testa verso l’alto. La suora vicino al finestrino (finestrino-64) continua a mormorare il suo rosario, la sento muovere le labbra, sento le palatali e le dentali. La signora con il cappellino di lana verde di fronte a me (mediano-63) continua a dormire con la testa pendula. Il ragazzo inglese (corridoio-62) abbassa il libro sulle gambe.
Silenzio.
Solo il rumore del treno nella galleria.
Resto immobile a sentire l’insolito piacere che mi d questa scena.
Sorrido.
Poi torna la luce.
La vecchia finestrino-65 giace ormai addormentata, corridoio-62 riprende a leggere ed io riapro il mio Internazionale alla sezione “Giappone”.
Le suore non possono fare a meno di strofinare qualcosa tra pollice ed indice. Se non un rosario il manico di una vecchia borsa nera.
Se il treno fa una fermata brusca ed una di quelle valigie lass mi cade addosso, mi spappola la pancia e muoio.
La suora finestrino-65 guarda incuriosita il mio Ju-MuVo.
E me, mediano-67, che caccio in continuazione il blocchetto degli appunti, ovvio.
Estate, 2004
- all’ombra di un limone
- la gallinella
- Il signor peppe
- visita a zia alda
- spazio
- decadenza
- carmela
- gita al faro
Scrivo alla luce dei fari delle auto in coda. Posso di nuovo fare come facevo da piccola, abbasso il finestrino fino in fondo e ci poggio il mento, guardando l’asfalto sotto la macchina ferma.E’ piena notte, ma c’ pi traffico che a mestre nell’ora di punta. Io acciambello le gambe e guardo l’asfalto, le luci, questa insolita vita notturna.
Ore 4.00.
Scrivo alla luce del cartello luminoso che lampeggia:”Incidente Cassino San Vittore”.
In realt scrivo alla luce del cellulare di cui ogni 20 secondi esatti premo il tasto C. se divento particolarmente brava, riesco a premerlo ogni 19 secondi o gi di l cos almeno mi evito la frustrazione di veder scomparire la luce. Le macchine in coda hanno ormai spento motori e luci, i passeggeri dormono, silenzio, solo i grilli. Mio fratello, oggi, mentre tiene una mia treccia in mano:
-Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo, tutti i pesci vennero a galla, CHECCENTRANOIPESCI?
-Evidentemente la palla era sott’acqua.
-Apollo. Il Dio del sole.
-Non so.
-occhei.
All’ombra di un limone.
Limone albero, anche se all’ombra di un limone frutto ci potrei stare benissimo. La salerno-reggio all’alba stata tutto sommato una buona cosa, ho guidato verso casa mentre saliva la luce, iniziava il giorno e la mia vita qui. Ora sono all’ombra del limone, stanca di quindici ore di viaggio. Sole, e tanto vento che mi fa svolazzare la gonna. Cicale, sento mia madre parlare da qualche parte. Intorno a me campi, alberi, montagne, qualche rara macchina scassata che arranca per la strada che passa qua sopra. La processione di gente iniziata stamattina presto, gente che lavora per mio padre quaggi, chi gli tiene i terreni, chi bada alla casa. I primi ad arrivare, Anna ed Antonio, nella fattispecie i badanti della casa quando non ci siamo. Hanno portato anche il piccolo Fiorenzo, ha l’aria sveglia e va bene a scuola, e mi son fatta dare un bacio che sono entrambe cose rare, nei bambini di quaggi. Bimbi gi sepolti per met nei campi dei genitori, il resto della beffa gliela far il destino che stato previsto per loro, a meno che con un guizzo di cerebrovolont piuttosto difficile non estirmpino le loro radici di qui, da questa malvagia valle e realizzino se stessi altrove. Antonio, il nostro vicino di casa allegro, ancora non si visto, ed io ho bisogno di una doccia.
Vorrei cercare di alzarmi presto la mattina, i miei studi necessitano di tempo. Ho notato che qui dismetto i miei abiti neri, ricorro con meno timore al colore. [...]. Inizia a frami male il collo, son seduta sulla mia poltrona lilla, vicina al balcone aperto. io e mia madre attendiamo l’arrivo di Zia Ida. La campagna assolata. Potrei scrivere ad harry.
La gallinella.
– T’nja na c’cc’rnedda. Nu juorn, nu la vek cchj. Vak add cainat’m ebbc la c’cc’rnedda cu li c’cc’rniedd appriess. “Viid ca quere la miiia!” “Meena, quera n’g lenn data a m’glier’ma”. Vabbun. Nu juorn lu can s’mena n’guodd a la c’cc’rnedda, miend ca la ten ferma amm la piglj, n’g strc’nej lu cuodd e la jett p’ind lu terrn. Idd m’ bblut fa fessa.
– Ma che crudelt!
– Nooni, idd si m’la chjda la c’cc’rnedda nun g’la da? Idd m’ bblut fa fessa.(*trad.)
Il signor Peppe
Ci spostiamo a pranzo da Zia Ida. Mentre stiamo sparecchiando, qualcuno suona il campanello. Mamma che lava i piatti, zia sul divano (con il piede che si ostina a tenere dolorante), mi avvio alla porta. Apro.
“Buongiorno” cantilena quest’ometto sulla sessantina che mi squadra da capo a ginocchia, perch prima che arrivi ai piedi io mi son gi fatta da parte per farlo passare. zia gli urla di entrare, sedersi e prendere il caff.
Mentre aspetta il caff io gi mi son dimenticata di lui e mi metto sul divano a leggere.
Inizia.
“Ma che bella signorina. Proprio una bella signorina che mi ha aperto la porta.”
Accenno un sorriso, mia madre che gi ha saggiato l’aria che tira riceve e rilancia in direzione opposta.
“Come sta, Peppe?”
“Bene grazie. Ma qual il nome di questa signorina?”
Rispondo notando la canottiera sopra a pantaloni che sarebbe pi corretto definire mutande.
“Ma che bellissimo nome…mi fa venire in mente…mi fa venire in mente…mi fa venire in mente un sacco di cose”.
Sento mia madre pensare in sincrono con me “non oso immaginare quali”. Zia Ida, beata, continua a strillare di portare il piattino per il caff.
“Eeeh si” interrompe la contessa “fa proprio venire in mente un sacco di cose. Mi dica, i suoi figli?”
Segue una breve risposta. Non pago, riprende:”ma che pelle candida, che pelle…sembra una tedesca, lo sa? Ma siam sicuri che suo padre non tedesco?”
“Decisamente no.” Smorzo, pensando alla perenne e massiccia negritudo del barone.
“Forse pi il fratello” nuovo lancio della contessa “suo fratello biondo, con gli occhi azzurri”
(vi prego, lasciatemi stare)
Il tentativo fallisce, io inizio ad innervosirmi.
“E dica, lei studia?”
“si” sbiascico. “beni culturali”.
“E porta ad un laurea o ad una specializzazione?”
?
“laurea”.
“E noi ” inizia a gonfiettarsi “noi qui a colliano che patrimonio abbiamo?Eh eh eh…”
Lo fisso. E va bene. Procediamo.
“Per il momento sto concentrando i miei studi sull’aspetto gastronomico della tradizione collianese, ma ci non esclude che in futuro possa dedicarmi ai reperti archeologici che abbiamo qui, molti davvero sa, ma il loro pi grande nemico il disinteresse e l’apatia della gente che ci vive intorno.
“Aaah.” emette “e che futuro abbiamo noi, mangeremo meglio?” senza smettere di sudare.
“Io mi occupo della questione da un punto di vista storico-antropologico, scavo nelle tradizioni, faccio associazioni con il materiale che studio, non sono una dietologa.”
“Ah. Quindi non mi pu dire da che scimmia discendo.”
...
“Molto probabilmente da una scimmia che non aveva mai visto una femmina in vita sua, con…uhm…una spiccata tendenza all’onanismo, direi.”
Ma rido e semplicemente dico “ah ah. no. non direi.”
“M, n p, jamn’genn” annuncia trionfante zia.
“Allora arrivederci” dice il peppe. Mia madre tranquilla risponde “arrivederci peppe. Piacere di averla vista”.
“si, ma a me pi che altro ha fatto piacere vedere tua figlia.”
Esce.
mah.
Riesco a raggiungere qualcuno alla Pro-Loco di qui. Nei miei progetti fumosi c’ l’intenzione di inserire la festa della taratella (al!) nel progetto, non ne vado entusiasta ma ci cado proprio a fagiuolo. Mi risponde G., figlio del presidente(ci tiene a precisarlo). Gli spiego che sto facendo questa ricerca per l’Universit di Venezia e che sono alla caccia di materiale. Insolitamente gentile e disponibile. Mi richiamer venerd e nel frattempo informer il resto dell’ufficio. Temevo mi rispondesse “per quanti volete prenotare signor?”.
A C. la Pro-Loco aperta la mattina. “Ma la sera” mi racconta Elvira, la proprietaria del bar di fianco alla P.L. in italiano (deve ritenere la cosa importante) “c’ il Presidente”.
“Il Presidente…” (lo dico con la P maiuscola)
“Sissignore, il Presidente.”
Stasera potrei gi passare. E andare alla sagra. Che il cielo mi protegga.
Visita a zia Alda.
Io, mamma e zia Ida arriviamo sulle otto e mezza, tutto serrato, dobbiamo bussare pi volte prima che Sceppa ci venga ad aprire. In casa l’odore di chuso insopportabile, mia madre spalanca le finestre. Sceppa, dopo avermi riconosciuta, mi fa un sacco di feste. Solo allora, sotto la luce, vedo quanto magra. E’ sempre stata in carne, da quando entrata a servizio dalle zie. Ora, la pelle floscia malcela le ossa. Nel frattempo zia Alda inizia a chiamare dal letto, a chiedere chi c’. Mia madre manda me in camera, ha sempre avuto poca pazienza. Con questa novantacinquenne ce ne vuole davvero molta.
Accendo la luce, le porgo il gelato con il piattino.
“Ciao zia” Si rizza a sedere sul letto, il corpo ormai una gelatina di carne sformata, non ha nemmeno la dentiera, tanto che molle.
“Chi ? Chi sei?”
Le scandisco piano il mio nome. “tieni, ti ho portato il gelato.”
Vedo che continua ad osservarmi perplessa, occhi azzurrissimi nel candore della pelle e dei capelli.
“La nipote di Gaetano zia.”
“Uuuh quanto ti sei fatta grande, come, come sei bella. Sei venuta sola? dove dormi?”
Basta pronunciare il nome di mio zio e lei si illumina. Lui l’unica persona con Sceppa che lei riconosca, anche perch lui l’unica persona con Sceppa che lei veda ogni giorno.
Ormai da lei e dalla sua vecchia governante non va pi nessuno. Solo il fratello di mia madre, per il quale ha sviluppato un’adorazione parossistica. Appena arriviamo andiamo anche noi. Io soprattutto. Lei il ramo pi antico della mia famiglia, c’ qualcosa che mi spinge, senza una vera motivazione, ad andar da lei, anche solo a starle vicina, per quanto lei non ne abbia pi coscienza.
In mia madre deve esserci qualcosa di simile, ma c’ anche molto risentimento sepolto negli anni. Ci sono tante cose che non le perdona, c’entra con nonna, a quanto ne ho capito. Lei e le sue quattro sorelle, tutte mai sposate, vissute insieme fino alla morte, sono state un concistoro di veleni.
Ma ora, con l’ultima superstite di quel conciliabolo seduta inerme davanti a me, non riesco a provare altro che sincera pietas, infusa del rispetto mistico che ho sempre per le cose del mondo marchiate dal passare del tempo.
“Dormo a V., Zia”
“Con chi sei venuta?”
“Da sola.” (le dir che sono con mia madre solo quando lei avr intenzione di entrare in camera.)
“E dove dormi? Puoi dormire qua, ho tanti letti”.
Guardo i suoi unici due lettini, il suo e quello di Sceppa.
“Certo, zia”
“Lo tieni il fidanzato?”, mentre inizia a mangiare, con una golosit sorprendente, il gelato che le ho dato, al caff. Penso a cosa dire, opto per la verit.
“No”, ma un errore.
“Cooome? Com’? Non va bene. Non hai il fidanzato?”
“Si zia”
“E dov’?”
“E’ a Venezia. Poi viene.”
“Dove dormi? Sei sola?”
Vedo mia madre sulla soglia.”No zia, c’ anche mamma.”
Si siede sul lettino, non la guarda negli occhi, mi domando cosa pensi. Ci facciamo fare le stesse domande per tre, quattro volte, poi mia madre non resiste pi e come sempre mi dice, colpevole, “stacci tu qui. Mi manca l’aria”. Aspetto che zia finisca il gelato, le sistemo la camicia da notte. Le rimbocco il lenzuolo, accendo e spengo le luci come dice lei.
“Maria non venuta?”
“No zia, non venuta.”
Mia nonna morta dieci anni fa. Anche lei la chiamava Maria. Penso a quel che ho detto con un brivido. Chiudo la porta e vado in salotto. Mi siedo vicina a Sceppa che mi sorride con quella sua infinita gratitudine e mi carezza le mani.
“Come sono contenta che tu vieni…”.
Il confronto con la corpulenta figura di zia Ida la rende ancora pi scarna.
Le parlo, le chiedo se stata male, le faccio qualche complimento sulla veste che indossa, che le fa sempre piacere, poi devo uscire per fermare le lacrime, o quanto meno per lasciare sfogo a quelle pi urgenti.
E’ una serata fresca, ci sono i grilli, dall’altra parte della valle si accendono le luci dei paesi punteggiati sui monti.
Quando vivo troppo intensamente, quando, in un certo senso, mi commuovo, piango. Non pianti di gioia, non di dolore, e nemmeno pianti. Sono lacrime di troppa vita che preme, ed il mio corpo piccolo.
Questa volta il passato, come mille altre volte. C’entra sempre, sempre, sempre. E’ lui che tiene i fili della mia vita. Perch ora penso a me piccola, dalle zie, a raccogliere i semini delle belle di notte, penso ad una casa che nel bene o nel male (non lo so, non m’importa) era piena di vita, e Sceppa che mi porta la cioccolata.
Ora tutto finito.
E io ho paura, e cerco di tamponare le lacrime, stupida, che ti cola il trucco.
Respiro, rientro.
Quando esco al viale, bella e luminosa, nessuno, di tutti coloro che mi guardano, pu lontanamente immaginare questi moti penosi. Perch una pena, un supplizio, avere l’orologio con le lancette ferme a polverosi anni fa.
Sedurre chi mi circonda un pigro passatempo, un gioco per non pensare, per illudermi di essere qui, di essere ora, e di essere viva.
Spazio
Il bello di qui, sono le passeggiate che faccio a quest’ora, appena dopo il tramonto, quando il vento si alza pi insistente, e allora io mi avvolgo nel mio grande scialle di seta nera, accendo una sigaretta e cammino nell’erba, scendo il sentiero e arrivo fino alla casa in pietra, e se mi va continuo oltre, fino ai campi ormai incolti, attraverso gli alberi di pesche, mele, albicocche e pere,e poi gi attaverso i filari di vite, e nessuno pu parlarmi o disturbarmi, medito in pace.
E allora sono contenta che questo sia tutto mio.
Perch ho molto Spazio su cui vagare, in silenzio.
Devo fumare di meno.
Ieri ho raggiunto il massimo consentito, l’ho capito dal sapore orrendo che avevo in bocca a fine giornata.
Andando via da un improvvisato aperitivo serale, Carmen mi si avvicinata per darmi un bacio sulle labbra, come suo bizzarro solito. Con la coda dell’occhio, ho avvertito lo sguardo di un amico su di noi, cos ho impercettibilmente acconsentito e ho alzato pigra le labbra verso di lei. Poi ho guardato lui.
Mi domando cosa stesse pensando.
E’ una pratica che non mi piace, questo prendersi gioco del lesbismo, distrattamente, ma mi interessa tremendamente la reazione che ha nell’uomo, che, quasi nascosto, inaspettato voyeur, guarda.
Credo mi fumer una sigaretta.
Decadenza
Pi di tutto delle cose del mondo amo la decadenza.
Quell’ineffabile percezione della Fine, prossima ed inevitabile.
Cos delle stagioni prediligo lo scivolare verso l’inverno che va sotto il nome di Autunno, dolce mite Autunno. Dei giorni, amo quando la luce soffoca dietro i monti e nell’aria non ne resta che un flebile sospiro, ora rosa, ora arancio, ora porpora. Degli abiti che scelgo con cura per fasciare il mio corpo, sempre mi innamoro di quell’aria di liso di vita e di cose e di persone, la foggia assolutamente rtro, fuori moda, vecchia.
Cos dei viaggi vivo pi intensamente i giorni prossimi alla partenza. Un eccesso di vita che si accompagna al mio masochismo latenta, mi spinge a godere pi pienamente quando meno spazio e tempo ho sotto le mie mani.
E’ ora, in queste ultime, placide folate di agosto, che voglio spremermi di pi, che voglio vedere cosa esce dalle mie carni pressate dallo scadere del tempo, dall’urgenza di rubare a questi giorni quanta pi emozione possibile.
E’ ora, che devo scrivere di pi.
Il cielo oggi insostenibilmente azzurro. E’ davvero sconvolgente. Da qui ne vedo larga parte, e non una caduta di intensit, non una nuvola. E’ prorompentemente, impetuosamente azzurro.
Carmela il folcloristico prototipo di energica donna mediterranea, sfacciata, perennemente semi-vestita e dalla parlata colorita, bella e spavalda come oro zecchino. Ama mettermi a disagio, giocare sui contrasti che ci dividono,e cos io, quando le chiudo con la mano la bocca per zittire sul nascere qualche sconcezza, o le tiro su a coprirle il seno un top striminzito, o la osservo divertita a mangiare i panini con la salsiccia, ma qualla casarola. Un soggetto scuotente, di sicuro effetto di fianco alla mia proverbiale posatezza.
Non so se, oggi, per come sono io, sceglierei di proposito una persona cos diversa da me. E mi ritrovo invece a volere semplicemente bene, aldil delle differenti educazioni ricevute, dei caratteri opposti, aldil del suo fare che ancora mi scandalizza, mi imbarazza, mi mette a disagio.
I pomeriggi con lei sono memorabili.
A cominciare dal principio.
Carmela abita nel rione popolare, e quella verso laggi mi sembra sempre una descensio ad inferos verso il Sud pi stereotipo, madri che urlano, figli sporchi di terra, panni stesi vicino alle macchine, centinaia di appartamenti con la gente che invece abita sulle scale. Parcheggio in mezzo ai giocattoli, salgo all’ultimo piano le rampe infestate di vespe, entro e mi siedo. Si studia, si parla, si fuma.
Dismettere i panni di ragazza di buona famiglia. Qui sussiste, incurante dell’ingresso dell’umanit nel terzo millennio, una invisibile ed infida linea di demarcazione tra un certo numero di famiglie ed il numeroso fronte di estrazione contandina. Quando dico che qua siamo fermi al Medioevo la gente crede che io scherzi.
Eppure, questa assurda e melodrammatica bivalenza c’, e mi ha fatto andare in escandescenze pi di una volta. Quando certe mie frequentazioni non soddisfavano la mia famiglia. E scommetterei che molti avrebbero ancora da ridire, se ne avessero il coraggio. Mia madre stessa, “che la sua famiglia sta bene”. E io, solo perch ero nipote della “Signora”, non andava bene che girassi con questa o quello. Ma tutto sommato trovo divertente, pateticamente divertente che all’alba del ventesimo secolo un paesotto di quattromila anime si attacchi con cos grande senso di gravit a queste cose.
[...] E cos in maglietta e slip, che mia zia ha decretato essere “zi’zidd”, mi son seduta in terrazza e con golosissimi morsi mi sono apprestata al sublime pasto, tenendo la spiga con entrambe le mani, e con somma cura. [...]
Almanacco della patologia d’oggi. Molto, molto divertente.
Gita al faro
Abbiamo trovato questa piccola insenatura lontana dagli ultimi chiassi di un’estate agli sgoccioli. Dalla strada principale della marina si percorre un piccolo vialetto, da un lato case colorate con rigogliose verande, dall’altro le rocce che degradano verso il mare. Qui ci si avventura per giungere alla spiaggetta di piccoli sassi colorati, lambita da una quieta acqua trasparente che muta al mutar delle tonalit del fondo, massi levigati con cura, grigi, bianchi, neri, rossi e scogli che affiorano goffi. Su uno in particolare, piatto e liscio, ho raccolto le ginocchia e ci ho poggiato il mento, i capelli fermati un po’ pi su della nuca. Qui ho a lungo indugiato osservando il mare. Acqua sterminata, infinita, l’orizzonte.
Mi sento cos piccola da avere paura. Il mare mi ha sempre infuso un’angoscia profonda ed oscura,il dramma del non limite, dello sconosciuto.
E’ per questo che amo star qui, amo questi giorni ad osservare questa distesa disarmante, amo sentirla tutta la sua silenziosa forza, amo sentirmene sopraffare e schiacciare, cos muta ed ineffabile.
Oblivion.
Qui tutto sa di fine imminente, tutta trasuda eterna requie, la mia casa grande, piena di oggetti vetusti, toccati da gente morta, i quadri dei miei antenati severi, il borgo arroccato percorso da viuzze buie e vecchi dallo sguardo assente.
Tutto pare popolato da fantasmi, tutto pare una illusione, una memoria di tempi ormai finiti.
E lo amo perch mi angoscia, perch fa sentire me non un corpo ma un ricordo in mezzo ad altri ricordi, un vissuto in mezzo a ci che fu.
M. una presenza discreta e quieta.
Sono sicura che anche lui avverta che qui c’ dell’inevitabile stasi.
Anche lui si sente spesso schiacciare dal silenzio delle stanze altissime in cui viviamo.
La sveglia sempre abbastanza presto, io mi alzo dal lettone in cui dormo dal giorno in cui ci ha dormito con me lui, infilo le mie ciabatte e piano socchiudo la porta della stanza in cui dorme il mio fido compagno di viaggio per svegliarlo.
Segue la colazione, e poi ci avviamo in piazza per salire sull’autobus cigolante che ci porta gi, alla marina, guidato sempre dallo stesso, muto autista.
Saliamo alle quattro, ma sul calar della sera che i miei sensi piano si attivano, si schiudono alla frescura della notte, stimolati dalla sempre perfetta musica che abbiamo qui. La musica varia al variare dei nostri umori, li accompagna, li asseconda. Liszt grave e magistrale, Massive Attack in dissolvenza, Pulp Fiction negli attimi di profano sarcasmo.
E su tutto amo la passeggiata dopo cena, su e gi per le strane abbarbicate alle rocce, le nostre conversazioni, si, le nostre conversazioni al ritorno, sprofondati nelle due imponenti poltrone nere, con la luce della lampada anni cinquanta offuscata dalle spire di fumo delle mie sigarette.
Uso un portacenere rettangolare dipinto a stampa giapponese.
E poi silenzio, su per le scale buie che portano alle camere, ed notte, pensiero, ricordo, solitudine.
E’ morte, morte e non c’ nulla del male, perch profuma di vita passata, di donne vissute, di oggetti acquistati, di paesaggi osservati.
Il libro del 1700 che ho ricevuto oggi in dono lo considerer l’apologia di tutto ci.
Poi arriv il resto della gente che doveva arrivare. Per chiss quale muta intesa, essi si adattarono quasi senza avvedersene ai ritmi che avevano preso i nostri giorni l. Il pezzettino che segue lo scrissi una domenica luminosa, in salone, ognuno era preso dalle proprie attivit che la vita in comune non aveva intaccato. “E’ bello”, disse la piccola M., con quel suo sguardo sempre sorpreso e curioso del mondo, quasi fosse tutto incantevole, “che nonostante si viva assieme, ognuno si ritagli lo spazio per restar solo. Sar forse perch” guardandosi intorno ora turbata “questa casa cos grande…”
Nella libreria in salone ho trovato un’edizione del 1932 dell’undicesimo tomo delle Mmoires de Casanova.
C’ anche * tra le mete dei suoi viaggi.
Vorrei leggerlo con cura.
Non ho mai letto nulla di quest’uomo dal genio eclettico ed indefinibile.
“Cette apparition voluptueuse troublait mon imagination”.
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*trad.: Avevo una gallinella. Un giorno, non la vedo pi. Vado da mio cognato e solo che vedo la mia gallinella con i pulcini dietro. “Vedi che quella la mia!” “Mann, quella l’hanno data a mia moglie”. E va bene. Un giorno il cane si butta sulla gallina, cos mentre la tiene ferma io la prendo, le tiro il collo e la butto nel terreno di mio cognato. Lui mi ha voluta prendere in giro.[...] Se me la chiedeva, io non gliela davo? Lui mi ha voluta prendere in giro.




