Qui al Nord. [Cronache da oltre cortina di una criminale a piede libero travestita da cartoon]

[Avvertenza. Torniamo alla ribalta con un pezzo old school in gestazione da mesi. Come da tradizione, vale la regola del leggi quello che ti pare. Abbiamo disposto qua e là  pratici titoli di paragrafo, chi legge tutto d’un fiato vince una notte di sesso con l’autrice. Almeno finché resta in circolazione.
Inoltrare candidature e/o denunce per diffamazione all’indirizzo judith@afasici.net.
Né le une né le altre verranno mai prese in considerazione, ma come si suol dire, l’importante è il gesto.]


Chiunque si trovi nello spazio compreso tra le alpi e la linea gotica del nostro stato, sia dissidente nei riguardi dello Stato Delle Cose e non abbia uno stile di vita indiscutibilmente irreprensibile, dal quattordici aprile scorso deve considerarsi sotto stretta sorveglianza.
Le ultime elezioni sono state uno dei pià inquietanti fenomeni mai manifestati sul suolo patrio dallo scudetto alla sampdoria nel ‘91 ad oggi.
Voi lettori del centro, del sud e delle isole, non potete avere veramente idea di come quassà siano cambiate le cose, ed io, che tanto oramai sono segnata a fuoco nel Libro Nero degli Insurrezionalisti, non ho pià nulla da perdere a passarvi le ultime notizie dal Nord dello Stato prima che blocchino le vie di comunicazione con il resto del mondo, oscurino internet e ci chiudano tutti in campi di concentramento a far polenta.


Les élections dangereuses.

La sera delle elezioni me la ricordo nitidamente.
Dalle tre del pomeriggio si poteva ancora parlare di timide avvisaglie della catastrofe. Alle otto, mentre tornavo da lavoro, i radiogiornali erano già  bollettini di guerra, e l’ultimo telegiornale che sarei riuscita a guardare, sulle nove suppongo, rimbombò per la cucina dove io e mia madre stavamo totalmente allampanate, lei con le buste della spesa in mano da ore, io con la pressione sotto zero, la bocca spalancata e la gola secca.
Passavano le facce pingui dei vincitori, le risate sguaiate della cricca di mafiosi che aveva appena democraticamente preso il potere, passavano commenti volgari, frasi sgrammaticate, le piazze in festa, la gente che si riversava nelle strade, qui Milano, qui Roma, qui Napoli, le città  che mano a mano cadevano nelle mani della maggioranza schiacciante.
E mò so’ cazzi vostri.
Io restavo impietrita davanti alla televisione, mia madre iniziava una geremiade senza requie, Adesso ce ne andiamo, adesso ce ne dobbiamo solo andare.
Un magone in pancia che non riesco a spiegare, la nettissima percezione della solitudine, come pecore tra lupi che si fregavano le mani leccandosi le zanne davanti a milioni di inermi ovini rimasti senza nessun cazzo di pastore parlamentare dimmerda, la certezza di essere in balìa di eventi inimmaginabili ed inarginabili, e uno sbigottimento infinito e desolante, tutto questo mi girava e rigirava nello stomaco.
Quando per pietà  un giornalista porse il microfono a diliberto, che era la cosa pià buona e giusta che fosse passata per lo schermo in quelle ore di agonia, non ressi oltre. Il groppo che mi caricava nell’addome da ore mi colò già per le guance dagli occhi. Era come se piangessi. Mi trovai a piangere delle lacrime inspiegabili davanti a diliberto che diceva vorrei dire a tutte le compagne e a tutti i compagni, calma.
Ecco, sentire qualcuno che diceva che le compagne e i compagni dovevano stare calmi, tranquilli, che tutto sarebbe andato bene, sentire pià che altro che qualcuno ancora poteva usare la parola compagno in televisione, fu il colpo definitivo.


Ricordo che presi la macchina per andare a studiare.
Le strade erano deserte.
Credo piovesse.
Ricordo una stranissima sensazione di paura che da quel giorno in avanti mi sarebbe scesa già per la spina dorsale ogni volta, ogni santa volta che mi sarei trovata per strada.
Quella, fu la prima volta che la sociofobia di matrice politica fece la sua comparsa tra i variegati disturbi sociali che caratterizzano i miei giorni.


Sindromi. Un aggiornamento.
Il carnet delle sindromi di cui soffro da qualche anno a questa parte annovera ormai disturbi di cui nemmeno riesco a parlare pià con i miei medici per pura vergogna.
Sociopatie, sociofobie, ossessioni, fissazioni, comportamenti detestabili, abitudini riprovevoli, atteggiamenti al limite del socialmente accettabile, manie, isteria, depressioni.
La sociofobia di matrice politica la considero l’ultima arrivata in ordine di tempo, figlia delle elezioni di aprile e di una pià ampia e consolidata sociofobia fisica.
Da quando la destra è uscita dalle grotte ed è libera di insultare, gonfiare di botte ed all’occorrenza ammazzare con la pià totale trasparenza, la mia vecchia ossessione che la gente volesse menarmi (sic et simpliciter, così come l’ho detta, riempirmi di botte), si è legata alla mia appartenenza politica ed alla mia sempre pià pericolosa abitudine di continuare a sbandierare insulti ai facisti.
Essere di sinistra, qui al nord, è come era stare a destra qualche anno fa.
Si faceva ma non si diceva.
Berlusconi vinceva, ma non si sapeva come.
Oggi non solo di Berlusconi si parla liberamente in vaporetto, in negozio, dal dentista e dal pescivendolo, ma perfino l’elettore della Lega, che era davvero fuori da ogni discussione, oggi rivendica il proprio status con la massima naturalezza.
E’ questo lo scarto fondamentale tra il prima e il mò, una discriminante che a me pare fondamentale e sembra sfuggire a chi non vive qua al nord.
Però mi sembra che vada detta una cosa.
La lega in Veneto ha preso il pià alto numero di voti mai incassato, ma qui nessuno se ne è stupito.
Nessuno grida al fenomeno lega, nessuno si spreme in analisi filologiche sulle metamorfosi di questa graziosa compagine da partito xenofobo di contadini a partito xenofobo di contadini arricchiti.
Nessuno ha niente da dire, semplicemente perché qui le cose stanno così da molto tempo.
E’ che il resto d’Italia non se ne era mai accorto e il Veneto è una regione molto riservata.


Lega Nord. Ma anche Centro.
A differenza dal resto del mondo sviluppato, qui in Veneto la classe operaia è il primo motore immobile del capitalismo sui generis sbocciato in questa umida regione. Come ebbi già  a dire, ho visto con questi occhi operai sfrecciare su bmw che probabilmente non potrò permettermi mai, li ho visti schiacciare compiaciuti il tastino del cancello (rigorosamente aculeato e sormontato da agghiaccianti felini di pietra) e parcheggiare le loro bestioline da 355 cavalli in bunker nucleari nascosti sotto metri di terra.
Da questi operai, gente educata roboticamente fin dall’infanzia all’accumulo indiscriminato di denaro e ad un anacronistico attaccamento alla terra inversamente proporzionale al progressivo smarcamento globale dall’equazione terra=popolo, da questi inquietanti ibridi, non ci si può aspettare pià niente di comunista.
Esasperati dalla proprietà  privata che proteggono con mura hollywoodiane e lontani anni luce dalla pià embrionale forma di internazionalismo che si possa immaginare, hanno nella loro esistenza tre soli obiettivi: fare soldi, mansardare (tutto), etnosterilizzare le strade delle loro città .
I leghisti sono uno dei pià pertinenti esempi di comunità  immaginata attualmente esistente, a partire dalla stella polare (e quindi padana) del loro credo, la Padania, presunta entità  etnico-geografica che curiosamente muta la propria estensione al variare dei risultati elettorali. All’indomani delle elezioni, un banner del verde sito, segnalava la miracolosa espansione avvenuta: nottetempo le marche non erano pià infestate da tamarroni abbronzati dall’agghiacciante parlata vagamente teràn, ma da eroici uomini nuovi padani. Dopo la Marca, brillante area del trevigiano dove il partito ha superato la soglia del 40%, anche le Marche sono padane.
Volere è potere. Quando si dice le tradizioni inventate.


Querelami.
L’ascesa di una dirigenza conservatrice, xenofoba ed apertamente neofascista, ha dato, qui al nord, nuovo slancio e virile brio ai beati portatori di pace del nuovo ordine, i paladini del bene comune, gli eroi delle strade sicure, il braccio armato della nostra democrazia: le FORZE DELL’ORDINE, con le quali intrattengo ormai rapporti confidenziali.
Sarà  una simpatica coincidenza, ma il giorno quindici aprile mi arriva la telefonata che inaugurerà  l’inizio del fecondo rapporto tra me e i duri e puri dell’assetto democratico.
Come vi ho già  detto, sono tenuta sotto osservazione da un bel po’. Frequento gente poco raccomandabile, mono- e pluridenunciati dediti al disturbo della quiete pubblica e all’assalto dei monumenti della bassa padana, acquisto regolarmente quotidiani di chiara matrice comunista che con spregio del pubblico pudore leggo in vaporetto e vesto un po’ troppo anni ottanta.
Anche il blog che state leggendo, è sotto osservazione
Colgo l’occasione per comunicarvi, a proposito, che qualora vi sentiste offesi, feriti, indignati o anche solo irritati da quel che scrivo, potete tranquillamente denunciarmi qui.
E badate che non serve che io abbia scritto cose turpi, volgari ed infamanti sul vostro conto citandovi per nome e cognome.
Basta che un qualunque racconto o una delle mie solite idiozie possa avere offeso in qualunque modo la vostra sensibilità .


Hai un naso ridicolo e io parlo con crudeltà  dei nasi ridicoli? Denunciami!


Hai giocato al lotto tutti i soldi che servivano a tua madre per le medicine e io ho casualmente criticato il giuoco del lotto? Denunciami!


Se una persona infinitamente stupida e io parlo con sincero odio delle persone stupide? Denunciami, è un tuo diritto, lo Stato è dalla tua parte, e gli ufficiali della polizia postale hanno scrivanie e armadi pieni di lavoro da portare avanti contro pedopornografie, traffici d’organi e di bimbi on line, ma saranno molto lieti di rubare del tempo a queste (diciamocelo) piccole debolezze del genere umano per prestare ascolto a te, cittadino ferito nella propria sicurezza e nella propria dignità , da me, pericolosa criminale travestita da innocua nostalgica con la maglia di minnie e delle converse perennemente troppo grandi per il suo trentacinque da winx.


Operazione strade sicure.
Che io sia una mina vagante se ne sono accorti anche i carabinieri della mia zona, che a intervalli regolari intercettano me e la mia combriccola chiedendo di esibire i documenti.
Qui al nord, non so se lo sapevate, non si può star seduti a parlare sui marciapiedi della propria strada con un amico oltre la mezzanotte. Per chi venga colto nella flagranza di questo riprovevole comportamento, scatta l’operazione strade sempre pià sicure: una volante con lampeggiante che illumina a giorno tutto il territorio comunale, dopo due o tre giri acrobatici di bellezza, vi inchioda di fianco ostruendo il traffico e inizia un interrogatorio on the road.
“Buonasera. Potete favorire i vostri documenti?”
“Certo.”
“La macchina è sua signorina?”
“Si, è mia”
“Allora la signorina favorisca documento d’identità  e carta di circolazione.”
Mi metto a frugare. Io sono ubriaca fradicia, ma non molesta. Una famiglia repressiva mi ha insegnato l’arte di mantenere la calma anche nelle situazioni di alterazione psicofisica. Sono piuttosto depressa e sull’orlo di un pianto con il tale con cui siedo sul marciapiede.
Trovo la patente e prendo la cartelletta con i documenti della macchina.
“La macchina è sua signorina?”
”... Si, la macchina è mia. Qua ci sono i documenti. Questa dovrebbe essere la carta di circolazione. Non lo so. Veda lei.”
Il gattone prende la carta e i documenti di tutti e due e si caccia in macchina con il compare.
Restiamo sul marciapiede dieci minuti a guardarci le punte dei piedi.
Poi i tutori dell’ordine scendono dalla macchina.
“Bene, tutto apposto. Buona notte.”
Fanno per andare via, ma c’è qualcosa che hanno calcolato fin dall’inizio. La legge non consente loro di agire in alcuna maniera, quindi devono ottenere il loro scopo in altra via, pià sottile.
L’ufficiale presumibilmente di grado pià alto si ferma. Si gira e con un inconfondibile accento meridionale sbiascica qualcosa che finisce con dottore, all’indirizzo del mio amico.
Il quale, mangiata la foglia, chiede tranquillamente “Mi scusi? Non ho capito.”.
Lei è il figlio del dottore?”
“Beh, se intende il dottor *, si, io sono suo figlio.”
Il gattone lo guarda, si osservano per qualche istante, poi il carabiniere risale in macchina e la volante sfreccia via.
“Maledetti”, sibila il vecchio johnny.
Questo ed altro, per le nostre strade sicure.


· judith vau asch, 12 giugno 2008, 07:04 ·





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